Tra diritto e morale non c’è identità. Parola di Borrelli

Legalità e morale, ma anche sciopero della magistratura e impronte digitali: su questi temi è intervenuto l'ex procuratore generale di Milano

«Nell’arco della mia carriera di magistrato sono stato fortunato, non mi è mai capitato di avvertire una profonda frattura fra quanto deciso e ciò che sentivo giusto nel profondo». Sono le parole di Francesco Saverio Borrelli, già procuratore generale della Repubblica, protagonista ieri sera, venerdì 14, di un incontro organizzato al Teatro Lux di Busto Arsizio. "Etica e legalità nell’esperienza di un magistrato", era questo il titolo della serata che ha visto il procuratore rispondere ad un’importante questione: come un magistrato può vivere la sua professione tra morale e diritto? Ma non solo, tante sono state le domanda arrivate dal numeroso pubblico del Lux di Sacconago che hanno portato Borrelli a chiarire le ragioni dello sciopero della magistratura o a puntualizzare nuovamente il significato di quel "Resistere" ripetuto per tre volte all’inaugurazione dell’anno giudiziario. «I critici hanno molto giocato sulla parola sciopero – ha detto – ma ritengo che questo termine sia da utilizzare senza remore, poiché rappresenta un diritto anche per i magistrati, le ragioni sono da ricercare negli atti legislativi che negli ultimi tempi hanno progressivamente limitato il potere di azione del magistrato nell’ambito dei reati dei colletti bianchi». Ma non solo questo, alle ragioni dei magistrati Borrelli ha aggiunto altri timori che vedono nei provvedimenti del governo una riduzione dell’indipendenza della magistratura.

«Tra diritto e morale non c’è identità» ha detto il magistrato portando la questione nell’ambito dei principi. «Si tratta di due insiemi che solo parzialmente si contrappongono, perché se la morale ha un valore assoluto, il diritto e le sue regole sono relative, esposte all’evoluzione dei tempi, dei costumi, ideologia e società». E così anche la giustizia e la legalità sono principi che non si esauriscono l’uno nell’altro. «Ognuno di noi ha un’intuizione di ciò che è giusto e quindi della legalità, ma la legge deve essere rispettata anche se urta con le nostre convinzioni, a meno che la legge palesemente e violentemente contrasti con il nostro patrimonio civile». In questo caso è lecito fare obiezione di coscienza e disubbire dice Borrelli. E se l’obiezione di coscienza può sembrare una conclusione insoddisfacente, ci sono temi che molto premono il mondo cattolico, come divorzio e aborto, in cui la questione «non si può risolvere che nel profondo della nostra coscienza».

Sollecitato da una domanda in sala, un ultimo accento è andato sulla questione delle impronte digitali. «Con tutto il rispetto verso l’altro, il suo colore della pelle e la religione diversa professata dai miei padri, non trovo nulla di irrispettoso in questo provvedimento che pone sullo stesso piano italiani e immigrati nell’applicazione della legge e della sanzione».

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Pubblicato il 15 Giugno 2002
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