Se sei pakistano non puoi fare l’agente immobiliare

La maggiorparte dei lavoratori extracomunitari viene impiegata in ruoli e mansioni di basso livello, ma quando accade il contrario scatta la diffidenza

Se è vero che la ricerca promossa dall’Anolf ha svelato che la maggiorparte degli imprenditori intervistati impiega la manodopera extracomunitaria per mansioni di basso livello, dove non è richiesto alcun titolo scolastico e dove è sufficiente un bagaglio minimo di conoscenze, è anche vero che nulla vieta l’impiego dei lavoratori extracomunitari per mansioni di medio-alto livello, in considerazione del fatto che , a parità di mansioni, spesso il loro grado di istruzione è superiore a quello dei lavoratori italiani. È quanto deve aver pensato il titolare di un’agenzia immobiliare varesina, che ha provato ad inserire un extracomunitario in un ruolo medio-alto, ovvero un pakistano come agente immobiliare. Il datore di lavoro non aveva ragioni per essere scontento del nuovo assunto, che sapeva svolgere molto bene il suo mestiere. Il problema nasceva però dai clienti, che conducevano la trattativa di acquisto dell’immobile con l’agente straniero fino a un certo punto, ma quando si trattava di concludere l’affare manifestavano sfiducia nei suoi confronti e richiedevano l’intervento di agenti italiani. Morale: l’azienda ha deciso di rinunciare al pakistano a causa della reazione dei clienti. «Abbiamo constatato – afferma Elisabetta Casanova, una delle ricercatrici – che spostandosi più a sud questo atteggiamento di chiusura cambia, dove si dà maggior peso all’utilità del lavoratore piuttosto che all’immagine sociale. A Gallarate ad esempio c’è più apertura tra gli imprenditori intervistati, per non parlare di Milano o Brescia. È un aspetto che riguarda la cultura di appartenenza».

La necessità dell’intermediazione culturale tra cittadini e immigrati sembra dunque un fatto verificato sul campo. I suoi effetti potrebbero essere cruciali soprattutto nella prima fase di integrazione, perché la non conoscenza del diritto ad avere la formazione necessaria per affrontare il lavoro unita ad una pratica perlopiù irregolare del lavoro svolto sino ad oggi fa sì che molti lavoratori extracomunitari perdano occasioni di formazione importanti.

L’esempio più eclatante sono i corsi finanziati dal fondo sociale europeo, per i quali è previsto un rimborso giornaliero per la partecipazione, un piccolo stipendio in cambio della disponibilità ad imparare. Per molti lavoratori stranieri questa cosa è inconcepibile. «Abbiamo faticato non poco – spiega Sergio Moia, della Cisl – ha colmare questo gap culturale. Ricevere dei soldi per non lavorare, anzi per partecipare a delle lezioni, veniva visto come qualcosa di losco perché loro erano abituati a pratiche ben più negative. I corsi di formazione del fondo sociale europeo pubblicizzati in tutta la provincia con cartelloni e manifesti anziché avvicinarli li allontanavano da una opportunità che da loro veniva vista come sospetta. Una volta percepita questa mancanza di comunicazione abbiamo posto rimedio».


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Pubblicato il 11 Dicembre 2002
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