«Io ero a El Alamein e vi dico: la guerra è una vergogna»

L’ex sindaco del paese Paolo della Canonica era nella Folgore durante la battaglia di El Alamein in Egitto. Oggi la situazione non sembra diversa da allora

«Questa guerra è una grande porcata». L’ex sindaco di Lonate Ceppino, Paolo Della Canonica, 85 anni, ha combattuto la battaglia di El Alamein nel 1942 all’età di 22 anni e sa cosa sono gli effetti di una guerra devastante, soprattutto per coloro che non hanno mezzi per combatterla.
A poche ore dall’attacco degli Stati Uniti all’Iraq, il caso ha voluto che
ieri sera, mercoledì 19 marzo, al cinema di Abbiate Guazzone si proiettasse il film di Enzo Monteleone “El Alamein”. Ma non solo: l’ex primo cittadino di Lonate Ceppino era presente in sala. E così Della Canonica ha ricordato tutto quando accaduto quando aveva 22 anni. 
Alla fine della proiezione Della Canonica era visibilmente commosso per aver rivissuto momenti che «i giovani dovrebbero tenere sempre presenti e conoscere affinché non vengano commessi gli stessi errori che hanno provocato quella guerra» ha poi spiegato. 
Soldati lasciati allo sbando in mezzo al deserto con l’ordine “resistere o morire”, con mezzo litro d’acqua al giorno, munizioni contate, dissenteria imperante, e la credenza nei miracoli per credere di essere ancora vivi. Questo quanto fatto vedere nel film. La pellicola di Monteleone infatti racconta la disfatta italiana di fronte all’avanzata degli inglesi in Egitto, ad El Alamein: tre mesi di quella battaglia del 1942 passata alla storia come l’inizio del lento declino delle forze Italo-tedesche. Battaglia in cui persero la vita circa 10 mila soldati italiani.
«Ciò che mi ha messo i brividi durante il film è stato quando si sono viste le fiammate dei cannoni inglesi all’orizzonte, quando è cominciato l’attacco – ricorda Della Canonica, prima alpino e poi volontario nei paracadutisti della Folgore – Tre ore di attacco serrato in cui hanno perso la vita molti amici».

Cosa ricorda di quel periodo?
«La sofferenza. La vita da cani. Quello che non ho visto in quel filmato sono le mosche. Questi insetti si infilavano dappertutto persino nelle mutande. E poi molti morti, troppi. Quando ero la in mezzo al deserto mi chiedevo solo “perché”, e me lo chiedo ancora oggi. L’unica risposta che sono riuscito a darmi è che quella guerra è stata un grave errore. Noi eravamo lì per appagare la mania di superbia di quattro capoccioni che stavano al tavolino a Roma con una bottiglia di Champagne e belle donne».

Oggi le cose non sembrano cambiate…
«Oggi i giovani sembrano non conoscere il passato. Bisogna insegnarglielo perché senza conoscenza del passato non si può costruire il futuro e si è costretti a commettere gli stessi errori.
Senza la coscienza del passato, non c’è nemmeno il presente. Bisogna che i giovani sappiano cosa sono le guerre. Anche quella appena cominciata, è il punto massimo dell’aberrazione della mentalità umana».

Cosa pensa di questa nuova guerra?
«È una grande porcata. È il dominio di un’area, di un zona. Una volta c’era il cosiddetto equilibrio del terrore e ognuno aveva una zona. Adesso questo equilibrio non c’è più, è tutto nelle mani di una potenza sola guidata da un pazzo che ha detto “Dio è con noi”. Non sono credente, ma nel momento in cui viene detta una frase del genere non sei diverso da Saddam».

Quindi è contro la guerra.
«Io non sono d’accordo su nessuna guerra. L’uomo possiede l’uso della ragione e la deve usare. La guerra la concepisco solo quando qualcuno vuole venire in casa tua».

I pacifisti e le manifestazioni…
«I pacifisti hanno ragione. Gli Stati Uniti vogliono far fuori Saddam, ma che lo facciano fuori. In casa loro sono stati uccisi Kennedy, Martin Luter King e non riescono a far fuori Saddam? Che i pacifisti vadano avanti su questa strada e facciano sentire la loro voce».

Ha conservato qualche cosa di quel periodo ad El Alamein?
«La tristezza. Solo quella. C’erano oltre 45 gradi di giorno e 15 di notte. Eppure, come è stato detto nel film, non ho mai visto un cielo stellato così bello. Sembrano tanti occhi che ti guardano. Quando siamo tornati al sacrario di El Alamein per il 50esimo, siamo entrati nel sacrario ed eravamo solo in sei. Io ho letto subito il nome di un mio compagno. Ho rivissuto tutto, attimo per attimo i miei compagni che morivano. Con gli altri presenti non ci siamo detti nulla, ci siamo abbracciati».

Un fatto che l’ha particolarmente colpita?
«Gli scozzesi che avanzavano disarmati, suonando con le pive al fianco delle fanterie. E poi un altro fatto è avvenuto verso il 5 o 6 ottobre, quando c’è stato un mezzo diluvio che ha fatto diventare le nostre buche delle vere pozze d’acqua. Per un po’ abbiamo resistito, ma poi siamo dovuti uscire dalla postazione e la stessa cosa hanno fatto gli inglesi sull’altra linea. Nessuno ha sparato, anzi, ci siamo salutati con la mano da lontano e abbiamo sorriso».

Cosa fare oggi perché non si ripetano cose del genere?
«Lottare con le parole, battersi perché l’uomo ragioni. Educare i giovani alla pace, portarli ad El Alamein, nei campi di concentramento, portarli in quei posti dove hanno perso la vita migliaia di persone, affinché capiscano quello che veramente provoca una guerra. C’è ancora gente che afferma non siano morti sei milioni di ebrei e che l’olocausto non c’è stato. Bisogna creare la mentalità della pace. Non si può bombardare un popolo perché ci sono i terroristi. Così combatti solo gli effetti e non le cause e l’origine. Finché ci sono guerre ci saranno guerre. Vorrei solo una cosa, ovvero che questi signori che vogliono la guerra vivano sulla loro pelle la guerra, con mezzo litro d’acqua al giorno, rancio a volte sì e a volte no, in mezzo a pallottole e bombardamenti».

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Pubblicato il 20 Marzo 2003
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