«Bambini alle manifestazioni? Sì, basta che siano pacifiche»
La proposta in Parlamento di Forza Italia fa discutere. Il parere di una psicoterapeuta
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Forza Italia ha annunciato ieri una proposta di legge per vietare ai bambini con meno di 11 anni di partecipare a manifestazioni politiche o sindacali. Partecipazione consentita invece a manifestazioni sportive, culturali o religiose. Sono previste multe dai 500 ai 2.000 euro per partiti e associazioni. Stesse sanzioni ai genitori o altre persone che accompagnino i bambini in piazza. Abbiamo chiesto un parere a Gabriella Ponti, psicologa e psicoteraperuta. Non condivido la proposta di legge che sbarra la partecipazione ai minori alle manifestazioni, piuttosto mi preoccupa una questione di cui nessuno ha parlato: quali manifestazioni? Vorrei proporre una riflessione. Sin da quando veniamo al mondo siamo soggetti ad influenze degli adulti, un bambino che nasce in una famiglia con una religione piuttosto che un’altra ne subirà, suo malgrado, le conseguenze: starà a lui o lei, in età adulta o alla maggiore età valutare, ponderare, condividere o meno . Si esalta il valore educativo della famiglia: questa non è una monade asettica e neutrale, ma luogo educativo, ove circolano valori, usanze, sistemi di riferimento , credenze differenti. La pluralità dei valori, a volte la loro contrapposizione fanno della famiglia l’ambiente educativo in cui si dovrebbero apprendere le basi della democrazia e della socializzazione. La democrazia nasce e si afferma grazie al pluralismo , ma soprattutto al confronto, che non è sempre indolore, a volte prevede il conflitto : sano, aperto, leale. Il bambino assimila comunque i valori delle persone che gli sono vicine, gli adulti di riferimento, anche senza parole, egli coglie perfettamente linguaggi verbali e non verbali, sin da piccolissimo. Negarlo sarebbe negare la storia della pedagogia e della psicologia dell’età evolutiva, quindi? Come adulti ci prendiamo la responsabilità delle nostre scelte e del tipo di educazione che vogliamo impartire ai nostri figli, essi sono da considerarsi soggetti educativi, non semplici oggetti . Per questo insistiamo, come genitori, sul fatto che essi comprendano le nostre scelte ed insistiamo sulla spiegazione delle stesse: – Senti, noi la pensiamo così, altri la pensano diversamente, ma c’è posto per idee diverse.., noi però ci comportiamo, in coerenza con ciò di cui siamo convinti..quindi , siccome siamo noi a decidere per te, ti spieghiamo il perchè andiamo a questa manifestazione.- questo discorso mi pare logico, appropriato e del tutto comprensibile ad un bambino a partire dalla scuola elementare. Un bambino ha molte risorse cognitive, certo è strumentalizzabile, ma questo sempre e comunque: quando scegliamo di battezzarlo, di fargli fare uno sport invece di un altro, di iscriverlo a una scuola laica o religiosa, decidiamo noi per lui. Il ruolo genitoriale prevede l’asimmetria, l’esercizio dell’autorità, sbagliamo? Saranno loro stessi, crescendo, a farci notare i nostri errori, ed i ragazzi centrano perfettamente le nostre mancanze. Anche giuridicamente esiste la patria potestà, che non va invocata solo in casi di abuso o negazione dei diritti fondamentali, ma positivamente anche come responsabilità verso il minore. Non è solo strumentalizzazione: è scelta, essendo i bambini incapaci di scegliere autonomamente e perciò dipendenti da noi, inevitabile è il loro condizionamento. Ce ne assumiamo tutte le responsabilità conseguenti e ne rispondiamo: a loro, di fronte alla legge, non al parlamento che vorrebbe far scattare il principio di critica ad 11 anni:- Su quali basi dello sviluppo psicocognitivo?- Il principio di critica si apprende esercitandolo sin da piccoli, ovviamente su questioni a loro comprensibili, attraverso il ragionamento, la motivazione delle scelte, la discussione, come pratica quotidiana. Il bambino è soggetto di diritto e la sua famiglia ne è garante, pertanto le scelte vanno rispettate .Anche quelle di portare con sè i bambini alle manifestazioni. |
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Dr.ssa Gabriella Ponti |
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