Joshua Morgan, «Quell’aggressione che mi ha cambiato la vita»

Parla il giovane della Sierra Leone che fu accoltellato da un naziskin quattro anni fa. Rifugiato politico, lavora ed è felicemente sposato

Livio Pintus adesso ci penserebbe due volte prima di mettersi a rincorrere Joshua Morgan.  Anche se armato di coltello. Quattro anni fa Pintus, un giovane naziskin poco più che ventenne, aggredì con un amico l’allora venticinquenne Joshua. Con un coltello gli provocò lesioni al fegato, fortunatamente non letali. Sul corpo ha ancora i segni, una lunga cicatrice che taglia in due la pancia
Joshua adesso ha 29 anni e due bicipiti dal diametro di 45 cm l’uno. Un marcantonio. 
Non è l’unica novità di un giovane che da quell’episodio  – che aggiungeva un dramma al suo dramma di asilante in fuga dalla guerra civile in Sierra Leone – ha avuto la fortuna di vedere la ruota girare, finalmente per il verso giusto. 
Grande fu lo scalpore per la sua vicenda: giovane studente di ingegneria informatica, estrazione borghese, figlio di un influente uomo di partito, Joshua fu costretto a lasciare il suo paese a seguito della presa di Freetown da parte dei ribelli antigovernativi. Lui si sistemò in Italia: non un regolare, senza permesso, senza lavoro. Un rifugiato politico, o meglio, un richiedente  lo status. Che ottenne con procedura privilegiata proprio in virtù del suo caso. 
Un imprenditore di Olgiate Comasco si interessò alla sua vicenda: lo chiamò e lo assunse. 
«Adesso – racconta Joshua  ormai in un fluente italiano – lavoro come operaio elettricista. Mi occupo della realizzazione di motori per elettrodomestici». 
Molto del suo tempo libero lo trascorre in palestra a San Fermo. Pesi,  tanti pesi. «Ho vinto una gara qualche domenica fa – gongola in un enorme sorriso – ho sollevato 180 kg sulla panca». 
Ma il lieto fine della sua storia ha anche il volto di una ventenne della Sierra Leone che Joshua ha conosciuto in casa di amici a Milano. L’anno scorso si sono sposati. Lei lavora come operaia alla Whirpool. Una coppia integrata.
Non hanno ancora figli: «In Italia, il problema è la casa, noi viviamo con un’altra coppia. Vorremmo una casa nostra, ma è difficile trovarla e costosa».
La sua è una situazione normalizzata. O quasi. Ottenuto lo status di rifugiato politico, anche Joshua continua vivere sulla sua pelle le lungaggini burocratiche. Il  suo permesso di soggiorno scade, ad esempio, tra pochi giorni. L’appuntamento in questura per il rinnovo l’ha ottenuto per dicembre. «Fino a gennaio sono come in carcere in Italia, non posso uscire». Ma è l’unica nota stonata.
Quanto ai suoi feritori, alza le spalle. Non li ha più visti dopo il processo. Sa che Pintus, uscito dal carcere ci è rifinito dentro per una rapina. A lui, non è mai arrivato una scusa, una spiegazione, nulla. Ma è consapevole che quella ferita ha assunto un’identità simbolica, mettendo in moto un meccanismo virtuoso di solidarietà che ha prevalso sui pensieri cattivi. 
A parte quel segno sulla pancia, nella vita di Joshua per quel passato sembra non ci sia più posto. 

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Pubblicato il 20 Agosto 2004
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