Il comandante D’Agostino, fascista “sociale”
Vita e morte di "Dagòs", zio dell'attuale gip del Tribunale di Varese
Il protagonista delle vicende narrate in "Sono un fascista, fucilatemi!" è Agostino "Mario" D’Agostino detto Dagòs, avvocato e sindacalista fascista, nonchè zio dell’attuale gip del Tribunale di Varese Ottavio D’Agostino. La ricostruzione dei suoi ultimi giorni di vita è stata resa possibile dalla collaborazione di Massimo Storchi, responsabile del Polo archivistico di Reggio Emilia, e dalla testimonianza dell’anziana perpetua Maria Canedoli.
Dagòs era una figura cresciuta nel mito del regime, figlio di un questore del Regno che aveva girato un po’ tutta Italia, inclusa Ventotene, la prigione-confino dei detenuti politici di rilievo. Dopo l’8 settembre D’Agostino seguì la ritirata dei nazisti da Napoli per non separarsi dalla moglie Corinna Grappi, conosciuta e sposata a Reggio Emilia dove viveva, figlia del propritario del "Caffè Impero". Ancora convinto delle possibilità di rinascita di un fascismo "sociale" e "di sinistra" che si rivolgesse ai lavoratori, e incantato dal miraggio della socializzazione (compartecipazione tra padronato e lavoro degli utili aziendali, ndr) promessa dalla Repubblica di Salò dopo il Congresso di Verona, fu inviato a Savona dove nella primavera-estate del 1944 vide uccidere uno ad uno dai partigiani i suoi camerati ed amici della locale Federazione fascista repubblicana. All’inizio di luglio, essendo divenuto federale di Savona, si trovò a comandare la locale Brigata Nera, intitolata a Francesco Briatore, suo amico ucciso pochi giorni prima da partigiani locali. Un’imboscata di suoi uomini travestiti da partigiani ai danni di don Carretta, parroco della frazioncina di Voze sopra Noli (SV) noto per ospitare resistenti, gli fruttò la cattura di cinque partigiani, che fece sbrigativamente fucilare per rappresaglia; da quel momento fu anche lui un uomo segnato. Due mesi dopo, ai primi di settembre del 1944, D’Agostino tornò a Reggio Emilia per riabbracciare la moglie e si fece imprudentemente vedere in giro nei paesi della collina reggiana, già roccaforte della Resistenza, dove Corinna viveva. Riconosciuto dal cugino della moglie, Ermes, un partigiano, fu catturato in casa sua il 10 settembre e giustiziatro tre giorni dopo, comportandosi fino all’ultimo con grande dignità: "Sono fascista e resto fascista, adesso fucilatemi e smettetela di rompermi i c….i!" disse al tribunale garibaldino che lo processava, composto da persone che avevano fatto la guerra di Spagna, come il comandante Fausto Pattacini "Sintoni", o avevano patito anni di confino e carcere come il commissario politico Reclus Malaguti "Benassi". Morì il 13 settembre 1944 a Vedriano (RE), giustiziato a colpi di rivoltella alla nuca da due partigiani, Anatolij e Viktor, ex soldati dell’Armata Rossa sovietica, sfuggiti ai reparti tedeschi in cui erano stati inquadrati; stesso percorso compiuto da chi gli concesse gli ultimi conforti religiosi, un prete montenegrino anch’egli disertore dai reparti ausiliari fascisti in cui era stato arruolato a forza. Dolorosissima fu la pregrinazione della vedova, Corinna, per recuperare il corpo dell’amato marito e dargli sepoltura cristiana a Ciano d’Enza, dove in seguito lo raggiunse, suicidandosi una dozzina di anni dopo la fine della guerra.
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