Consumi e investimenti

Parlavo la settimana scorsa con un amico tedesco professore universitario di economia. La conversazione verteva sui problemi economici cruciali che la società contemporanea si trova ad affrontare in questo momento di globalizzazione e di coesistenza di società pre-industriali, industriali e post-industriali.
In sintesi queste le domande (mie) e risposte (sue) emerse dalla conversazione.
Io: quali riflessi economici avrà una prossima eventuale futura crisi dell’industria dell’automobile?
Prof.: l’industria dell’automobile ha ancora molto da fare nel fornire le auto di sistemi di guida automatica, si ipotizza di poter viaggiare in autostrada senza dover guidare e con sistemi elettronici che mantengono la direzione e le distanze di sicurezza. Inoltre nella ricerca per il risparmio nei consumi c’è ancora molto da fare.
Io: si, ma a parte questa possibile evoluzione tecnica, quale altra industria che non sia l’automobilistica ha questo potere di seduzione verso i clienti? Sono tutti pronti a indebitarsi per acquistare automobili, modelli costosi, e non solo da lavoro. Si compra l’automobile anche se non si ha da andare in alcun posto. L’auto rappresenta una grande componente di spesa nel budget delle famiglie.
Prof.: deve esserci sotto qualche componente di profonda psicologia: volontà di potenza, di possesso, ricerca di libertà, prestigio sociale.
Io: mi chiedo cosa succederebbe se un popolo saggio rinunciasse a queste spese quando non hanno concreta utilità. La riduzione nei consumi porterebbe danno all’economia?
Prof.: anche in Germania v’è una corrente di pensiero politico/economico che incoraggia al consumo per lo sviluppo della economia. Noi pensiamo invece che le spese debbano essere per investimenti, non per consumo. La Cina oggi limita i consumi della popolazione, ma spende molto per investimenti. In Europa è il contrario. L’Europa diventerà povera e la Cina ricca. Vi sono movimenti di fluttuazione economica, non lineari e omogenei. Gli squilibri si compensano e si bilanciano, così da evitare brusche e improvvise crisi. Ma l’indirizzo di fondo è indubitabile. Il nostro mondo si dirige verso l’insicurezza economica e lavorativa; brutti tempi si preparano per le generazioni future. Non se ne parla in questi termini, perché la gente non se lo vuol sentire dire, e quindi i politici non lo dicono.
E qui la conversazione è finita.
A questo punto provo una certa insofferenza nel considerare situazioni che presentano problemi irresolubili dal singolo. Quante volte nelle nostre conversazioni diciamo “bisognerebbe”, ma sappiamo bene che ciò che pensiamo bisognerebbe fare non dipende dalle nostre decisioni. Questi discorsi sono tuttavia utili perché ci aiutano a capire. Sono questioni che concernono la popolazione tutta, e una popolazione che capisce sa distinguere le proposte costruttive da quelle che non risolvono i problemi e che anzi talvolta li aggravano. E questo la aiuta nel valutare i programmi e le dichiarazioni dei politici, consentendole di fare scelte più consapevoli negli unici momenti in cui l’ordinamento statale le consente di esprimersi: le elezioni.
E’ convincente l’assunto che le spese in investimento preparano un futuro migliore, mentre le spese in consumi minano lo sviluppo futuro. Certo che uno spostamento della spesa da prodotti di consumo a prodotti di investimento (investimenti non sono solo macchine e stabilimenti, ma anche studi e cultura; una famiglia che manda il figlio all’università fa un investimento) crea crisi in certi settori della economia. Una crisi dell’industria automobilistica è paventata per la correlata crisi del grande indotto ad essa connesso. Ma queste crisi si assorbono; l’economia si assesterà su nuovi livelli organizzativi e produttivi. L’evoluzione comporta delle vittime, ma nell’insieme fa progredire un sistema. L’avvento delle macchine ha messo in crisi molta produzione artigianale, ma ha migliorato le condizioni generali. O meglio, ha posto le premesse per migliorare le condizioni generali. Nella società industriale dei primi tempi gli operai, anche bambini, lavoravano più di dodici ore al giorno per una paga di mera sussistenza. Ma si è generata la ricchezza e l’organizzazione che può produrla, ciò che ha consentito negli ultimi cento anni un indubbio progresso nelle generali condizioni di vita. Ora viviamo una nuova transizione, che può essere dolorosa per molti. Ci vuole intelligenza, lungimiranza e onestà intellettuale per gestirla nel comune interesse. Ne disponiamo, sia governanti che governati?

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Pubblicato il 17 Settembre 2005
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