Piazza Monte Grappa sarà il simbolo di Varese?
Il 29 ottobre il taglio ufficiale del nastro al "monumento" più importante del centro. Abbiamo chiesto a Silvano Colombo, storico dell'arte, che cosa pensa dell'opera e molto altro
La nuova piazza Monte Grappa sarà una contaminazione artistica rilevante come l’affresco di Guttuso alla Terza Cappella? La domanda l’abbiamo rivolta a Silvano Colombo (nella foto a sinistra insieme ad Arturo Redaelli, del team dei progettisti), per Varese e l’Insubria grande riferimento in ordine alla storia e alla critica dell’arte.
«La mia risposta muove da una premessa importante: qui, in piazza Monte Grappa, c’è una qualità della progettazione sconosciuta in altre piazze oggetto di recenti interventi.
Chi ha progettato ha pensato di adeguarsi a una interpretazione stilistica esistente, ha ricondotto delle linee con un impianto metafisico razionale alla maniera dell’originale, togliendo però quell’orrendo e mestissimo asfalto che si vedeva nelle fotografie dei carissimi nonni».
Non è allora possibile un accostamento all’intervento di Guttuso…
«Quando si chiese a Guttuso di intervenire alla Terza Cappella si sapeva benissimo che non avrebbe fatto un affresco: l’errore di progettazione è consistito nel non rivolgersi a un artista che avesse consuetudine con l’affresco. Renato Guttuso era ed è un grande con una spiccata personalità artistica che si è espressa con colori, concezioni storico-politiche della pittura ben lontani dalla realtà precedente. Piazza Monte Grappa è invece un esempio molto importante di come si devono affrontare coscientemente i rapporti tra il costruito e l’intervento nuovo».
A un primo esame le sembra che ci sia qualche problema di tipo architettonico ?
«C’è una situazione alla quale si può facilmente porre rimedio: basta infatti lasciare sempre in funzione la fontana perché il getto dell’acqua possa recuperare l’altezza della storica vasca centrale oggi messa in sottordine rispetto ai due emicicli che sono diventati molto accoglienti grazie a sedili comodissimi. Il mio giudizio sulla piazza è positivo, non c‘è stata nessuna contaminazione, i progettisti hanno lavorato con grande rispetto dell’esistente ed evidentemente lo hanno fatto anche con quella forma di controllo che è mancata per le altre piazze».
Qual è il suo parere sulla Varese del 2005?
«In questi anni mi aspettavo di meglio rispetto alla qualità perché quando si ha in mano una città bisogna avere il coraggio, che è stato dei nostri nonni e al quale invitavano già gli umanisti a partire dal Quattrocento: il coraggio di concepire la città come uno specchio di coloro che l’abitano e di coloro che essa accoglie. La città deve quindi rappresentare una razionalità, una dignità e un decoro: da noi si registra invece una discontinuità notevole, ognuno fa quello che vuole nelle piazze e anche negli edifici privati mentre la commissione edilizia non ha poteri, non può essere concretamente un filtro. Qui in piazza Monte Grappa avevamo palazzo Romanò: al suo posto hanno costruito la Standa. Ricordo lo sdegno di Bruno Ravasi che denunciò pubblicamente il grave errore. Di errore in errore noi siamo sempre meno giovani e la nostra Varese sempre meno bella».
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