Da Palermo a Varese per far rivivere il calzaturificio

A settembre in via Peschiera riprenderà la produzione di scarpe con il marchio "Di Varese". Vincenzo Schillaci, imprenditore siciliano, all'inaugurazione vuole Umberto Bossi

È venuto da Palermo per fare le scarpe a Varese. Vincenzo Schillaci, 60 anni e una vita passata nel mondo della calzatura, a partire da settembre farà rinascere lo storico Calzaturificio di Varese. Dopo aver acquisito dalla famiglia Benetton il celebre marchio, ha deciso, insieme al fratello Vittorio, di riportare la produzione a casa. Al numero 76 di via Peschiera la scritta blu "Di Varese" risalta sull’intonaco di un palazzone bianco.Tutto è pronto per partire.
Schillaci, perché ha deciso di far rivivere questo marchio?
«In realtà il marchio "Di Varese" non è mai morto. Al nord molti se lo erano dimenticato, ma nel sud dell’Italia è ancora molto vivo, grazie anche alla catena di negozi che portano quel nome sull’insegna».
Come mai i Benetton lo hanno ceduto, se ancora prestigioso?
«Perché avevano la cultura della maglietta e non della scarpa. Io ai Benetton devo molto perché sono cresciuto professionalmente grazie a loro. Sono diventato agente nel sud e nel tempo ho acquisito quindici negozi in franchising. Dopo vent’anni di sacrifici mi sono fatto avanti e ho trovato un accordo con il signor Luciano per comprare il marchio».
La nuova società da quanti soci è composta?
«Inizialmente eravamo cinque, compreso mio fratello. Poi abbiamo deciso di liquidare i soci, perché c’erano alcune differenze, diverse culture di provenienza».
Come sarà organizzata la produzione? Avete assunto personale del vecchio calzaturificio?
«La maggior parte di quelli che conoscevano questo lavoro o sono andati in pensione o sono andati a produrre in Romania. Abbiamo avuto la fortuna di incontrare Antonio Beati un lavoratore dell’ex calzaturificio che conosce tutto e tutti e a lui ci siamo affidati. Abbiamo costituito una cooperativa di lavoro composta da una ventina di persone. Puntiamo a produrre almeno 5 mila paia di scarpe al giorno. In via Peschiera c’è già tutto: macchinari, uffici e un ampio parcheggio. Dei 1800 metri quadrati, 600 saranno destinati alla produzione, 200 allo spaccio aziendale, altri 600 allo show room e uffici. Abbiamo anche in progetto una piccola sala museale dove mostrare alcuni cimeli e documenti, comprese alcune le lettere di un Papa».
All’estero il marchio "Di Varese" è ancora vivo?
«Eccome. Pensi che in Turchia ci sono ventisei negozi in franchising e se chiedi ad un turco qual è la scarpa migliore, ti risponde senza esitare: "Di Varese." Altri sette negozi sono in Svizzera, due a San Pietroburgo e uno a Mosca. Vede, questo marchio, a differenza di altri, non ha bisogno di inventarsi una tradizione perché ce l’ha già. Oltre un secolo di storia della scarpa».
Avete ricevuto finanziamenti, aiuti, incentivi?
«Nulla di nulla. Le banche danno i soldi a chi ce li ha già e non a chi rischia, come ho fatto io. Io sono una persona modesta, che se ne poteva stare beato in pensione, come mi dice sempre mia moglie. Invece ho messo tutte le mie risorse a disposizione di questo progetto».
Allora perché si è messo in questa avventura, se la molla non sono i soldi?
«Perché mi piace questo progetto, perché devo molto alla città di Varese, perché sono legato ad alcune persone che mi hanno aiutato in questa avventura, ma soprattutto perché credo che questo marchio, unito alla qualità, sarà vincente anche sui prodotti cinesi. Oggi i negozi sono invasi dai prodotti che arrivano dall’oriente, competitivi sul prezzo ma non sulla qualità. Ci sono ancora negozianti in Italia che hanno un minimo di dignità e che non accettano il ritorno negativo di certi prodotti. Il made in Italy ha ancora molto da dire».
Senta Schillaci, un siciliano che emigra per fare l’imprenditore nella terra di Umberto Bossi e della Lega Nord non ha un po’ il sapore del paradosso?
«E perché? Anzi, quando a settembre faremo l’inaugurazione del nuovo calzaturificio voglio vedere lì anche il senatur».

di redazione@varesenews.it
Pubblicato il 25 luglio 2006
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