«Ambrogio è stato soprattutto un padre»

Francesca Fogar, figlia del noto esploratore ha presentato in bibblioteca il libro “Ti aspetto in piedi”, scritto con la giornalista Marta Chiavari

«È come se mio padre avesse voluto festeggiare insieme il mio compleanno». Francesca Fogar, figlia di Ambrogio Fogar, scomparso il 24 agosto del 2005, ha presentato giovedì sera in biblioteca a Tradate il libro su suo padre che ha scritto insieme alla giornalista Marta Chiavari, “Ti aspetto in piedi” (ed. Aliberti). Francesca infatti è nata proprio a Tradate 31 anni fa esatti, il 17 novembre del 1975: «E pensare che in tutti questi anni non avevo più messo piede da queste parti – ha raccontato al pubblico presente nella biblioteca, oltre una cinquantina di persone giunte da tutta la provincia -. È stato un bel regalo, voluto dal caso, forse, ma mi piace pensare che mio padre si stia divertendo per la coincidenza». (nella foto da sinistra: Francesca Fogar con la madre e Marta Chiavari)

Francesca Fogar e Marta Chiavari hanno così risposto alle domande del giornalista Damiano Franzetti. Tra il pubblico era presente anche la moglie di Ambrogio Fogar, Maria Teresa, giunta con la figlia e visibilmente soddisfatta di Francesca: «È come se Francesca stesse proseguendo il lavoro di suo padre – ha dichiarato -, gli assomiglia molto, soprattutto nel carattere».

Durante l’incontro è emerso il lato nascosto di Ambrogio Fogar, quello di un padre visto con gli occhi della figlia, di un esploratore che narrava le proprie avventure come racconti avvincenti e semplici allo stesso tempo, senza mai cadare nella retorica. «”Ti aspetto in piedi” è la frase che ogni figlio dice ai propri genitori, io lo dicevo a lui quando partiva per i suoi viaggi – ha spiegato la figlia dell’esploratore -, ci sentivamo sempre durante i suoi viaggi, mi tranquillizzava, mi stava vicino anche se lontano».

Francesca, senza timore, ha anche affrontato le molte polemiche che hanno costellato la carriera del padre, dall’accusa di non aver veramente fatto il giro del mondo, fino al naufragio con la perdita dell’amico giornalista Mauro Mancini: «Mio padre da quell’esperienza capì che non sarebbe mai più stato responsabile della vita di qualcun altro. Ma non per questo rinunciò a combattere. Lo fece anche nella sua seconda vita, dopo l’incidente in macchina, una volta paralizzato continuò a lottare. Anzi, a volte era lui che tranquillizzava me. Mio padre era un eroe, un eroe buono generoso e imperfetto. È sempre stato vanitoso, ammettiamolo, ma non ha mai messo i propri desideri di fronte agli altri. Questo libro è sicuramente un modo per ricordarlo e rendere omaggio alla sua vita, ma soprattutto è un modo per sentirlo sempre vicino, perché la sua opera continui a esistere».

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Pubblicato il 17 Novembre 2006
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