Tre omicidi in tre anni. L’assassino è in famiglia

Fratelli, mogli, sorelle oggetto della furia omicida. Ma la minaccia non è solo fuori le mura di casa

Quello avvenuto in via Gavinana nelle prime ore di giovedì 22 marzo 2007, è il terzo omicidio in famiglia avvenuto a Busto Arsizio negli ultimi tre anni. Una scia di sangue che non fa piacere ricostruire, ma che dà da pensare – una città relativamente tranquilla dove la violenza esplode improvvisa, preferibilmente tra le mura domestiche, mettendo padri contro figli, fratelli contro fratelli.

Il 9 aprile 2004, venerdì di Pasqua, un orrendo delitto scuote la città: Roberto Guaia, muratore, gelese, per vendicarsi della moglie che lo aveva lasciato tempo prima per andare a vivere in Germania trucida a coltellate due dei suoi tre figli, Ilaria, 17 anni, e Danny, 14, in vacanza nella sua casa di via Monti, di fronte alla stazione Nord – solo per un caso si salva il maggiore, il 19enne Emanuele, in quel momento fuori di casa. L’uomo patteggerà poi vent’anni in appello, dopo essere stato condannato a trent’anni nel processo di primo grado ed essersi visto risconoscere la parziale infermità mentale. Una vicenda spaventosa, una scena del delitto che anche un poliziotto esperto come l’allora dirigente del commissariato di Polizia Luigi Mauriello descriverà a Varesenews come la cosa più sconvolgente mai vista in venticinque anni di carriera.

Il 9 gennaio del 2006 Luigi Tosi, da poco uscito dal carcere dopo vent’anni scontati per l’assassinio e l’occultamento del cadavere della moglie Elena, delitto avvenuto a Gallarate nel 1986, uccide anche sua sorella Maria Grazia, l’unica che aveva voluto accoglierlo a conclusione della sua pena. Motivo del delitto, un banale litigio – ci rimette la vita anche il povero cane della donna, Zeus, finito a colpi di badile. Per Tosi è stata recentemente disposta la perizia psichiatrica.

Da citare, prima del delitto odierno, anche un omicidio-suicidio mancato per un soffio: lo scorso 6 dicembre, in via Baracca, non lontano dalla stazione FS un immigrato rumeno cerca di uccidere la moglie a pugnalate prima di tentare il suicidio. La scena del crimine, con il sangue della donna in fuga su scale e muri, è di quelle che non si dimenticano tanto presto.

Fratelli, mogli, sorelle oggetto dunque della furia dell’assassino di turno: nonostante a volte i protagonisti siano stranieri, quella del delitto in famiglia appare una specialità tutta italiana. Ci si lamenta spesso della sicurezza pubblica, talvolta a ragione: ma il vero pericolo è annidato nelle pieghe nascoste di quell’istituzione sociale antica come l’uomo, e di cui alcuni oggi pretendono l’esclusiva, che si chiama famiglia. Un motivo in più perchè forze dell’ordine, psicologi e servizi sociali avviino un’attività di monitoraggio e prevenzione del disagio familiare, piaga segreta di una società che ancora troppo spesso crede di poter lavare in famiglia i panni sporchi – finchè questi non si tingono di sangue.

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Pubblicato il 22 Marzo 2007
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