In coma, conteso tra Italia e Svizzera
La storia di Antonio Trotta, varesino che è stato in coma per due anni in Svizzera, dove rifiutano "l'accanimento terapeutico" su di lui. Mentre in Italia vorrebbero addirittura tentare una riabilitazione
E’ una storia dura, che lascia molte domande angosciose quella di Antonio Trotta (nella foto), varesino domiciliato in Svizzera, ora 39enne, in coma vigile da due anni dopo aver subito un incidente stradale in territorio elvetico.
L’uomo, che abitava ad Ascona ed è proprietario con la moglie di un ristorante, dopo essere stato per due anni in un ospedale di Lugano ora è ricoverato alla clinica Borghi di Brebbia, dove gli è stata effettuata una tracheotomia che gli ha consentito di riprendere a respirare autonomamente dopo una delle tante complicazioni comuni a questi pazienti: una affezione respiratoria.
E, da lì, i genitori di lui vorrebbero che non si muovesse più: anzi che addirittura tornasse a casa loro, ad Albizzate, per tentare una riabilitazione che alcuni medici specialisti italiani gli hanno detto essere possibile. In svizzera, invece, contro le sue cure si è già espressa la commissione di Etica Clinica dell’Eoc, parlando di "trattamenti ritenuti futili in medicina intensiva o addirittura atteggiamenti di accanimento terapeutico, senza possibilità reale di guarigione o raggiungimento di una qualità di vita accettabile" e che ha fatto dichiarare espressamente ai medici di Lugano "Ci asteniamo pertanto dall’applicare misure di rianimazione benchè i famigliari del paziente siano di avviso contrario".
La situazione dell’uomo, sposato con una cittadina svizzera, è ovviamente seria e compromessa. Ma non tanto da perdere le speranze, secondo quello che scrive l’equipe della professoressa milanese Cecilia Morosini, la neurologa che ha acceso la miccia anche del caso di Salvatore Crisafulli, qualche anno fa: caso che ha reso oggetto di una commissione parlamentare permanente la delicata questione legale ed etica del coma vigile, o stato vegetativo permanente.
La relazione seguita alla visita del paziente avvenuta nelle sedi della sua Fondazione, raccomanda al contrario "ai familiari di portare a casa il paziente che è indubbiamente sveglio ed estremamente recettivo nei confronti di stimoli affettivi con importante valenza emotiva" ma che aggiunge anche come "in considerazione delle difficoltà del rapporto di coppia già preesistenti al trauma cranico ed in considerazione delle reazioni negative evidenziatesi nel paziente al solo nominare la moglie, ci sembra non proficuo ipotizzare un trasferimento del paziente nel luogo in cui la moglie viveva da sola prima dell’incidente". Un particolare molto personale ma su cui ruota l’intera vicenda: l’uomo infatti, pur essendo cittadino italiano residente in Italia e solo domiciliato in Svizzera, è stato affidato dalla moglie dopo l’incidente come tutore ad un amico di famiglia, Giuseppe Chianese, ristoratore come loro. Un tutore contestato dalla famiglia d’origine del Trotta: non foss’altro perchè non è un parente, ma un amico scelto da una moglie che era al momento dell’incidente era già in crisi con suo marito, come sostengono i famigliari. Un tutore, però, che ne reclama legittimamente il ritorno, proprio in quell’ospedale che gli negerà le cure in caso di aggravamenti considerandole accanimento terapeutico.
A questa richiesta ovviamente si oppongono fermamente genitori e sorelle, che hanno fatto in modo di portarlo in Italia per sottoporlo alla tracheotomia che lo ha ristabilizzato, e che vorrebbero tentare la via – magari disperata – della riabilitazione: tanto intensamente che gli hanno già preparato la stanza secondo le indicazioni dei medici (nella foto). E che si sono rivolti all’avvocato varesino Pierpaolo Cassarà perchè la legge italiana lo mantenga nella sua nazione di appartenenza, che questo tentativo invece lo consente.
Il ricorso d’urgenza presentato al tribunale di volontaria giurisdizione di Varese il 3 luglio scorso per far si che venga bloccata la richiesta del tutore di richiamarlo in Svizzera, non ha però ancora dato un verdetto definitivo, malgrado questa sia una vera e propria corsa contro il tempo da parte dei famigliari. Rinviato alla procura di Varese dal giudice tutelare Anna Giorgetti poichè il suo ufficio "non dispone di poteri per la disposizione d’ufficio di misure di protezione, competenza riservata al pubblico ministero", la procura di Varese non ha però preso per ora provvedimenti, rimettendosi "alla decisione del tribunale" . "Un rimpallo inaccettabile" ha dichiarato l’avvocato Cassarà. Che può vedersi da un momento all’altro il suo cliente trasferito in Svizzera, in una clinica che non lo cercherà di curare: ma che vuole dare ai suoi genitori, anche contro il parere negativo dei medici svizzeri, la possibilità di tentarci.
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