Adamoli: “Il mio voto per Enrico Letta”
Il consigliere regionale: “Le primarie siano un grande e libero confronto di idee e programmi”
A poco più di un mese dalle primarie del 14 ottobre la competizione per la leadership del Partito Democratico si è fatta fin troppo aspra soprattutto dentro i partiti direttamente coinvolti.
La causa principale è chiara. Dove le elezioni primarie si tengono da lungo tempo il metodo è esclusivamente quello delle candidature individuali di chi vuol concorrere alla leadership. Solo alla fine di una campagna incerta ed appassionata con tesi e controtesi, si proclama il vincitore che sceglie il suo vice costituendo il cosiddetto ticket.
Nel nostro caso, il candidato che gode del favore del pronostico, Walter Veltroni, che pure aveva un forte e spontaneo sostegno popolare, è stato scelto da un partito (DS) e subito avallato da gran parte del gruppo dirigente della Margherita nel corso di una notte e con l’ausilio di regole fatte apposta per scoraggiare la concorrenza.
Per qualche settimana abbiamo corso il rischio di avere un solo candidato, il che avrebbe svuotato il valore della competizione elettorale derubricando l’appuntamento di ottobre ad un plebiscito leaderistico. Era ed è invece necessario che il partito nuovo nasca da un vero confronto democratico, aperto e leale sulle idee fondanti che lo devono caratterizzare.
Oggi abbiamo fortunatamente una pluralità di candidati ai quali bisogna essere grati per aver accettato la sfida portando contenuti, motivazioni e simpatie aggiuntive. Sussiste però una anomalia che causa disagio e malessere soprattutto nella Margherita, ma anche in altri settori del centrosinistra. Due dei tre candidati più forti non solo provengono dalla Margherita, ma dal suo cuore post DC e post Partito Popolare, della cui storia sono fiero ma non nostalgico.
Rosy Bindi porta in dote qualità di combattente nata, un’ispirazione ideale forte e un nucleo di sensibilità culturali e sociali radicate nel mondo cattolico e ben oltre. Enrico Letta è l’alfiere di una nuova generazione che ha una esperienza ed una cultura di governo moderna ed europea e che soltanto sei mesi fa, nell’ultimo congresso della Margherita, era stato inserito nel triumvirato (con Fioroni e Franceschini) che avrebbe dovuto guidare i “popolari” fino al Partito Democratico.
Una considerazione importante si impone a questo punto per dare un senso logico a quanto è accaduto e alle inquietudini che molti hanno vissuto.
Quando si vuol fare un partito nuovo, le ragioni stanno dalla parte della forza politica che libera tutte le sue energie in uno sforzo di fusione vera, mentre non mi convince il tentativo della forza politica che blocca tutto su un candidato solo e predica l’unità; intorno a che cosa se il partito nuovo deve ancora nascere insieme con il suo Statuto e il suo manifesto definitivo? Per la mia cultura il partito è uno strumento indispensabile di azione politica, non certo l’unica fonte di orientamento e decisione socioculturale.
Detto questo, c’è un modo per tenere sotto controllo l’asprezza della competizione ed esaltare il grande obiettivo che stiamo perseguendo? Assolutamente sì. Basta affermare le ragioni delle proprie scelte senza appiccicare agli altri etichette improprie e velenose.
Personalmente ho scelto di votare Enrico Letta ma apprezzo le qualità di Veltroni e Bindi. Ho scelto Letta, oltre che per le sue capacità di governo, perché è molto concreto, semplifica bene i temi più difficili, è giovane e maturo, sa parlare ai ceti produttivi, è un europeista convinto, vuole un partito post-ideologico e federale su base regionale, ha dato un contributo determinante “al tavolo Milano e Lombardia”, è cresciuto nella mia stessa cultura cattolico-democratica, ma sa essere trasversale nella proposta politica e nella raccolta del consenso.
Nel 2005, quando in Lombardia eravamo alle prese con la scelta del candidato Presidente alternativo a Formigoni, tutti noi avevamo indicato Enrico Letta, insieme con Pierluigi Bersani, come la persona ideale. Non è lombardo, dicevamo, ma è come se lo fosse per la sua continua presenza fra noi e per la conoscenza dei nostri problemi. “Libertà”, “mobilità”, “natalità”, i temi che qualificano la sua candidatura, sono fattori di innovazione culturale che possono solo giovare al programma del Partito Democratico e che sanno anche parlare al cuore degli elettori cattolici e “moderati”.
Il mio voto per Letta non rappresenta una scelta di corrente, che peraltro nemmeno lui vuole. Dopo il 14 ottobre avremo di fronte ben altri problemi e la nostra lealtà al futuro leader, chiunque sia, deve essere fuori discussione. Non potrà mancare la dialettica interna, ma oggi è prematuro immaginare correnti identitarie fortemente arroccate, da chiunque siano rappresentate (popolari, DS, rutelliani e così via). E tutti i cittadini e i gruppi sociali che non hanno avuto esperienze politiche, speriamo tantissimi, che accoglienza avrebbero dentro una trama di correnti precostituite fin d’ora?
Il pluralismo culturale deve vivere nel partito nuovo, ma l’identità alla fine deve essere una sola e riconoscibile ed a questa dobbiamo tutti concorrere sciogliendo i nodi che ancora restano in piedi.
Giuseppe Adamoli
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