Il Tibet e il sonno dell’Occidente

Comunità Giovanile fustiga l'inazione dei governi occidentali a fronte della decennale oppressione della nazione himalayana

Riceviamo e pubblichiamo 

I ragazzi di Comunità Giovanile, a seguito dei violenti scontri che stanno insanguinando in questi giorni la regione del Tibet, e in particolar modo la sua capitale Lhasa, esprimono la propria indignazione per la repressione perpetrata ai danni del popolo tibetano e desiderano manifestare ad esso la propria simbolica vicinanza.

Una riflessione ci spinge a scrivere e a vibrare con forza la nostra protesta verso il resto del mondo (soprattutto il cosiddetto occidente e le sue istituzioni) il quale tollera, senza batter ciglio, che Pechino non rispetti gli standard minimi ambientali e le norme internazionali contro la contraffazione commerciale, che aggiri quelle sui diritti d’autore e che promulghi leggi che definiscono un “crimine contro la sicurezza nazionale” la “divulgazione di notizie sul lavoro infantile”. Tale permissivismo vale quale riconoscimento simbolico delle politiche delle autorità cinesi.

Aggiungendo ciò al sangue che sta scorrendo alle pendici della catena montuosa più alta del mondo, riconosciamo il naufragio totale della politica di clintoniana memoria dell’engage (coinvolgere) e non del confront (affrontarla), caldeggiata dalla quasi totalità dei paesi occidentali.

Ripensiamo a quanti e quali personalità si sono recate in una sorta di pellegrinaggio nel gigante asiatico, donandogli in tal modo un alone di rispettabilità democratica, nonostante che l’evidenza di un sistema politico vigente da decenni, avrebbe suggerito il contrario.

Rammentiamo che solo qualche giorno fa la Cina era stata tolta dalla lista nera Usa dei paesi che compiono maggiori violazioni dei diritti umani stilata dal Dipartimento di Stato. Praticamente una beffa per gli Stati Uniti che ora si trovano costretti ad invitare, attraverso il Segretario di Stato Rice, il governo di Pechino a dialogare con il Dalai Lama (che tra l’altro minaccia le proprie dimissioni), indicato in questi giorni da fonti cinese, come il maggior responsabile della rivolta popolare.

Nonostante le ”nostre responsabilità occidentali” in questo sostegno tout-court nei confronti della Cina, auspichiamo e chiediamo a gran voce che ci sia una presa di coscienza e di coraggio da parte delle istituzioni, dando sostegno morale e non solo ai tibetani, i quali dopo decenni di sofferenza combattono ancora per la propria identità, pronti a pagare con la propria vita pur di tener desta l’attenzione nei propri confronti.

Speriamo inoltre che non si ripetano le ignominiose pagine del ‘56, quando l’occidente rimase a guardare senza fiatare la drammatica repressione sovietica in Ungheria, un ricordo orribile della flaccidità istituzionale dei governi atlantisti. Non possiamo non pensare a questo punto quanto il discorso “diritti umani” sia giustificazione di comodo solo quando la loro difesa coincide con propri interessi (vi ricorda nulla la guerra in Serbia?) e invece siano sistematicamente obliati quand’essi sono pietra d’inciampo ai propri disegni.

Per quanto riguarda il tema del boicottaggio alle olimpiadi di Pechino, ci atteniamo alle disposizione dell’autorità riconosciuta del Dalai Lama.

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Pubblicato il 18 Marzo 2008
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