Perchè protestano i monaci
Cinquantotto anni di occupazione coloniale cinese, il dalai Lama in esilio dopo la rivolta del 1959: il Tibet chiede libertà nell'anno delle Olimpiadi
Le proteste tibetane represse con violenza dallo Stato cinese negli ultimi giorni hanno le loro radici nell’occupazione del Paese, che prosegue dal 1950, e nel progressivo sradicamento della cultura nazionale da parte dei cinesi Han, ormai maggioranza grazie all’immigrazione. Quando il Dalai Lama parla di "genocidio culturale", sa quel che dice. Un Paese di pochi milioni di abitanti autoctoni, con una propria profonda identità e tradizione, ha dovuto subire praticamente indifeso dapprima la violenza dell’invasione, quindi lo stroncamento della rivolta del 1959, la Rivoluzione Culturale che ha comportato la morte di innumerevoli monaci (tradizionali padroni di una società pacifica ma feudale e teocratica, in cui fino all’avvento dei cinesi vigeva ancora il servaggio contadino) e la devastazione degli antichi monasteri, con la perdita di inestimabili tesori d’arte. In seguito la massiccia immigrazione cinese ha alterato il quadro demografico marginalizzando i tibetani rimasti in patria. Per quanto ufficialmente il Tibet sia formalmente provincia autonoma, e la nazionalità tibetana sia ufficialmente riconosciuta, la realtà dell’oppressione nazionale è innegabile.
In vista della Olimpiadi i monaci, la cui attività è stata gradualmente "liberalizzata", anche per motivi turistici, dopo gli anni bui della Rivoluzione Culturale, si sono mobilitati sull’esempio dei "colleghi" birmani. Dalla protesta pacifica in ricordo del 49esimo anniversario della rivolta del 1959, dopo la quale il Dalai Lama lasciò il Paese, si è passati alla repressione violenta, e ad episodi di ribellione che si sono verificati anche al di fuori del territorio formalmente riconosciuto come Tibet – gruppi tibetani vivono, ad esempio anche nelle grandi regioni cinesi del Sichuan e del Qinghai.
La rivolta del 1959, sostenuta dalla CIA americana anche con uomini e armi nell’ambito della Guerra Fredda, fu il punto culminante di una ribellione popolare avviata dal 1955 contro gli invasori. Persero la vita decine di migliaia di tibetani, altri 80.000 seguirono il giovane Dalai Lama Tenzin Gyatso nell’esilio a Dharamsala, in India, oggi capitale di un "piccolo Tibet". Il leader buddista non mai invocato in anni recenti la completa indipendenza per il Tibet, chiedendo alla Cina semplicemente un’autonomia effettiva, il rispetto della cultura locale e dei diritti umani.
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