Come la mettiamo con i fucili di Bossi?
I lettori di Varesenews non hanno lasciato cadere le pesanti frasi del senatur e hanno aperto un dibattito anche con delle proposte forti
"Le parole sono pietre. Suscitano umori, li fanno sedimentare, li trasformano in consenso, ne fanno la componente profonda di un modello culturale inevitabilmente destinato ad influenzare le dinamiche politiche".
Lunedì scorso in un lungo editoriale comparso su Repubblica Stefano Rodotà scrive sul linguaggio dei vincitori.
Il giorno dopo Umberto Bossi ha subito chiarito come si usano le parole. All’ingresso in Parlamento si è fermato a parlare con i giornalisti affermando «non so cosa vuole la sinistra, noi siamo pronti, se vogliono fare gli scontri io ho trecentomila uomini sempre a disposizione, se vogliono accomodarsi. I nostri fucili sono sempre caldi».
Affermazioni forti a cui il leader del Carroccio ci ha abituati, ma viene spontanea una domanda: ci si può abituare a queste parole? È giusto farlo?
Molti nostri lettori dicono di no. C’è chi, come Calò, si chiede se sia possibile il dialogo con un simile linguaggio. Chi come Protasoni sostiene che "non basta minimizzare o buttarla sul ridere: la Storia ci insegna che l’istigazione a delinquere può purtroppo trovare una sponda in qualche pazzo capace di prendere alla lettera quelli che sembrano solo innocui deliri".
Chi come Di Biase che arriva a chiedere di firmare un esposto contro Bossi.
Insomma si è aperto un dibattito importante che investe la poltica, il suo linguaggio e i pericoli che questo può generare.
Per ora è calato il silenzio del Carroccio sulle esternazioni di Bossi e R.M si chiede se è questo quello che vuole il popolo leghista.
E certamente Lucina con la sua lettera che afferma "meglio 1000 frasi cosi’ che un solo rom che ti porta via il pluviale di casa" non può essere la risposta.
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