Il computer ha cambiato la scuola e la vita
L’informatica non riguarda più solo il computer, è un modo di vivere. Paolo Ferri in "Scuola digitale" (Bruno Mondadori)analizza le trasformazioni introdotte dalle nuove tecnologie
«L’informatica non riguarda più solo il computer, è un modo di vivere. Il gigantesco computer centrale, il cosiddetto mainframe, è stato in gran parte rimpiazzato dai personal computer. Abbiamo visto i computer uscire da grandi stanze climatizzate per entrare in armadi, passare poi sulle scrivanie per finire quindi sulle nostre ginocchia e infine nelle nostre tasche. Ma non finisce qui.
Nei primi anni del prossimo millennio le coppie di gemelli della vostra camicia o i vostri due orecchini potranno comunicare tra loro attraverso satelliti collocati su orbite basse o possedere più potenza di elaborazione degli attuali pc. Il vostro telefono non si limiterà a suonare: riceverà i messaggi, li selezionerà e forse risponderà alle chiamate come un maggiordomo inglese nel addestrato. La comunicazione di massa sarà rivoluzionata da sistemi che consentono di trasmettere e ricevere informazioni e passatempi personalizzati. La scuola diventerà più simile a un museo e a un campo-giochi, dove i bambini potranno scambiare idee e socializzare con altri bambini di tutto il pianeta. Il mondo digitale diventerà piccolo come la capocchia di uno spillo.»
Con questa immagine, avveniristica per i suoi tempi, si apriva, nel 1995, il famoso testo di Nicholas Negroponte, Essere digitali. In gran parte gli scenari prefigurati dal celebre scienziato si sono realizzati. Le tecnologie dell’informazione e della comunicazione si sono perfettamente integrate e la nuova fase della rivoluzione informatica non è consistita in una semplice rivoluzione tecnologica, bensì nel modo in cui la stessa tecnologia viene fruita. L’evoluzione del Web, dalla sua originaria configurazione al cosiddetto Web 2.0, è tutta qui: i suoi confini sono diventati sfumati e la sua struttura profonda è essenzialmente interattiva e sociale. Wikipedia, Google e You Tube possono essere considerati i simboli di questa nuova dimensione del Web: i nuovi servizi disponibili in rete si fondano sulla cooperazione e sulla condivisione.
È opportuno, giunti a questo punto, domandarsi in che modo è cambiato e sta cambiando il rapporto tra scuola, formazione e tecnologie dell’informazione e della comunicazione (Tic). Gli psicologi della conoscenza negli ultimi anni hanno sottolineato come siano cambiate le modalità di apprendimento (si pensi agli studi di Francesco Antinucci). Per tutte le generazioni. Per la generazione-libro e, a maggior ragione, per i nativi digitali. La tradizionale modalità «simbolico-ricostruttiva» (decodifico simboli e ricostruisco mentalmente ciò a cui essi si riferiscono) è stata sempre più soppiantata da una modalità «percettivo-motoria» (un «conoscere per esperienza», basato su cicli ripetuti di percezione-azione). La comunicazione digitale, allo stadio attuale della sua evoluzione, ha inoltre condizionato, sino a modificarla profondamente, la stessa dimensione spazio-temporale dell’apprendere.
Ora, non si tratta, come molto spesso accade tra docenti, di schierarsi tra tecno-apocalittici o tecno-integrati (o tecno-entusiasti, come li chiama Ferri). Ci sembra opportuno, invece, riflettere su come l’educazione formale debba confrontarsi con le nuove frontiere dell’educazione informale.
La modalità gutenberghiana di trasmissione del sapere e di apprendimento deve fare i conti – inevitabilmente – con la nuova «intelligenza connettiva» (Ferri), che caratterizza il modo di comunicare e di apprendere nelle «società informazionali» contemporanee.
In margine a queste considerazioni, non si può dimenticare che, come recitavano i sacri testi di pedagogia e di didattica, modo di apprendere, supporto tecnologico e organizzazione strutturale del luogo di apprendimento formano un organismo fortemente integrato. Essi sono interdipendenti: non è possibile modificarne uno senza dover modificare gli altri. Come scrive Ferri, «Il rapporto con le tecnologie ridisegna […] gli stili cognitivi dei digital native, cioè i loro modi di vedere e costruire il mondo. Insieme a questa trasformazione cambiano i modi di rappresentare la conoscenza […] e cambia anche la configurazione spaziale dei luoghi di apprendimento.»
L’approccio dei nativi digitali alla conoscenza è basato sulla ricerca, sulla scoperta, sull’esperienza, sulla collaborazione, autorganizzato, centrato sul problem solving e sulla condivisione dei saperi. Al contrario, l’approccio all’insegnamento, sembra ancora caratterizzato dalla traduzione del libro, dalla formula: «studiate da pagina… a pagina…», sulla comunicazione unilineare e unidirezionale (dall’insegnante all’allievo e viceversa).
Insomma, per ritornare alla citazione di Negroponte ricordata in apertura, il nostro modo di vivere è cambiato grazie o a causa dell’informatica (i tecno-apocalittici e i tecno-integrati scelgano la formula che preferiscono), ma la scuola non sembra essere diventata «più simile a un museo e a un campo-giochi».
Su questi e molti altri aspetti fa il punto il lavoro di Ferri. Aggiornato, ricco di dati, chiaro nell’esposizione e con opportuni riferimenti ad esperienze già in atto. Certo, non sempre i modelli proposti provengono dal Bel Paese (dove pure non mancano situazioni di eccellenza). Ma basti informarsi sulle risorse che lo Stato italiano mette a disposizione del mondo della formazione e confrontarle con quelle investite nello stesso settore da altri paesi europei. Il paragone è sconfortante e spiega come mai da noi ancora si discuta della messa in sicurezza degli edifici scolastici mentre altrove si discute se sia meglio dotare le classi (ogni classe) di un computer per allievo.
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Paolo Ferri
Scuola digitale. Come le nuove tecnologie cambiamo la formazione
Milano, Bruno Mondadori 2008
pp. 192
euro 12,50.
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