Toni Capuozzo: la forza dei fatti e il velo dell’ideologia

L'autore di "Adios" e le riflessioni per il pubblico di Librando, fra ricordi e opinioni in libertà

Toni Capuozzo accolto da un pubblico numeroso lunedì sera a Librando, la manifestazione promossa dal Comune di Samarate. Il giornalista, vicedirettore del TG5, editorialiste e conduttore di un’apprezzata trasmisisone di approfondimento come "Terra!", introdotto dal giornalista di Varesenews Roberto Rotondo, presentava il suo libro "Adios. Il mio viaggio attraverso i sogni perduti di una generazione", edito da Mondadori, che racconta la sua esperienza giovanile in Nicaragua. Qui Capuozzo aprì gli occhi assistendo prima al tracollo della pluridecennale dittatura somozista sostenuta dagli Stati Uniti, poi al tracollo dei propri ideali di giovane di sinistra extraparlamentare, corrispondente per "Lotta continua", di fronte alla dura realtà del regime sandinista «che dava la caccia ai Miskitos, indigeni che forse non avevano neppure compreso la rivoluzione» (difatti sostenevano i Contras, ndr). Alla fine comunque, di tutto si è parlato fuorchè del contenuto in senso stretto del libro – «la vicenda si è svolta in America Latina, ma potrebbe essere ambientata benissimo in altri angoli del mondo». Il focus è infatti non sul luogo, ma sulle diverse scelte e sul disvelamento della realtà. "Adios" narra in parallelo le storie di Capuozzo stesso e di Elio, un suo coetaneo italiano, da lui mai incontrato di persona. Atterrato in Brasile e recatosi poi in Nicaragua, cadde poi combattendo durante la guerra civile in Salvador, ovviamente dalla parte dei "rossi" di turno. Capuozzo, invece, rifattosi un’opinione sulla base dei fatti in un contesto comunque "altro" e "lontano" («in Bosnia fu tutt’altra storia, percepivi la comunanza culturale europea»), se ne tornò a casa e iniziò il percorso che lo ha infine condotto alle televisioni di Silvio Berlusconi.

«Ho scritto senza pensare ad un libro, ma ad un diario, poi è stata la casa editrice a propormi di scrivere qualcosa… i volti televisivi, si sa, vogliono dire vendite assicurate, mentre magari autori sconosciuti hanno grandi opere nel cassetto» sospira Capuozzo. «Ho scritto perchè avevo bisogno di coerenza, certe domande sul mio percorso, sapete, me le faccio anch’io». Il giornalista identifica la propria coerenza non in campo ideologico o politico, bensì nel proprio temperamento, nei propri principi – onestà, nessun atteggiamento da primadonna, scarso attaccamento ai beni materiali. Quasi a giustificare il proprio "autotraghettamento" fuori dal novero della sinistra, Capuozzo teorizza un trasferimento di massa della fede religiosa nell’ideologia: la stessa fiducia ferrea, lo stesso diniego dell’evidenza. «Anche sull’Iraq, l’Afghanistan o l’11 settembre, c’è sempre chi ha cercato di spiegarmi tutto… Avevano già la verità in tasca. Mi rassicura e affascina di più chi sa esprimere e ammettere il dubbio».

«La mia visione del mondo è cambiata tantissimo, a 20-25 anni dicevo un sacco di sciocchezze» confessa Capuozzo, della generazione che ha fatto il ’68. A "guarirlo", l’incontro con la realtà che lo ha portato ad adottare «l’umiltà nel rapportarsi ai fatti». Come scoprire che Cuba non era poi quel paradiso che si diceva a sinistra, visto che migliaia di persone cercavano di scapparne. «Ho cercato sempre di raccontare quel che vedevo senza giustificazioni di sorta. Oggi invece vedo conformismo e luoghi comuni come mali del giornalismo attuale, mentre bisognerebbe approfondire». Scoprendo che il bianco e il nero non sono così netti come il velo dell’ideologia li fa apparire. «In Iraq si sta meglio o peggio di prima? Difficile dare risposte certe. Ho lavorato sui rapimenti di Baldoni, di Quattrocchi, della Sgrena e del caso Calipari, anche qui ideologizzato – noi pure abbiamo più volte rischiato incidenti ai posti di blocco con i marines, perchè tanta fretta la notte della liberazione di Sgrena? Gli americani poi in caso di sequestro non trattano, l’italiano invece è visto come un bersaglio ideale, che paga». L’Afghanistan: «ho visto sorprendenti mix di novità e tradizione, concorsi canori in tv dove si votava via sms (!), con ragazze col solo velo – e relative proteste; coppie con lei in burqa completo e lui in blu jeans e t-shirt che si tenevano per un dito come ragazzini…» Nemmeno i concetti di pace e guerra sfuggono al dubbio che tutto offusca: di notte i gatti diventano tutti bigi. «Che pace abbiamo oggi? Balcani, Libano? E la guerra non è più quella che si dichiara e un giorno, tac, si firma la pace e finisce. Qulla attuale ha forse una data d’avvio nell’11 settembre 2001, ma finirà per scemare senza soluzione di continuità, non certo con la resa di qualcuno. Rispetto alla Guerra Fredda questa appare molto più pericolosa e inquietante, con i sovietici c’era un terreno comune di confronto, con questi no. L’atomica di Mosca era lì e lì restava, in mano ad Ahmadinejad o a un Pakistan non più "amico"…».

Capuozzo, a proposto di 2001, parla anche del G8 di Genova, che preannunciava già l’11 settembre con le sue batterie missilistiche antaeree che allora fecero sorridere, ma dimostrano che l’intelligence aveva intuito qualcosa. «Si continuano a dire fesserie. Io c’ero, e avendo visto la guerra vera, quella guerricciola di strada dice meno. Certa gente ci andrebbe portata, a vedere una guerra vera. L’incontro era stato voluto da un governo (Amato) e organizzato da un altro (Berlusconi), desideroso di mostrarsi rigido in fatto di ordine pubblico. La tensione era presto salita, c’era chi cercava rivincite di piazza. Non avevo paura, ma restai sorpreso che così tanta gente perdesse la testa tutta insieme, e tutto appariva lo stesso molto annunciato. Ci fosse stato il servizio d’ordine del vecchio PCI sarebbe filato tutto liscio, invece, fra black bloc e tute bianche…» Un macello costato la vita a Carlo Giuliani, «che non considero un eroe e con i cui genitori ho avuto a che ridire: la tragedia ha rovinato la vita anche al giovane carabiniere che sparò». Capuozzo d’altra parte condanna le azioni della polizia a Bolzaneto e alla scuola Diaz («non è possibile in democrazia, tanto più così a sangue freddo: non dev’essere chi ha fatto ordine pubblico a interrogare i fermati…»), pur richiedendo che «i processi non si facciano per distruggere la polizia ma per rafforzarla». L’ideologizzazione in ogni caso nuoce, dice Capuozzo. Quello che continuiamo a non (voler) capire, però, è perchè l’ideologia stia solo a sinistra, e non anche e soprattutto nel pensiero unico di oggi.

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Pubblicato il 27 Maggio 2008
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