“Il mondo del lavoro deve fermarsi e riflettere”
Intervista al presidente provinciale delle Acli, Sergio Moriggi: «Sul lavoro troppi suicidi inconsapevoli»
Due infortuni gravi e un ragazzo di 24 anni che ha perso la vita sul posto di lavoro in modo terribile. Tutto ciò in un solo giorno. Un bilancio duro per il nostro territorio. «Quando si sentono questi fatti di cronaca la reazione emotiva è forte. Poi però a freddo ci si deve fermare a riflettere. Ci si deve chiedere perché questi infortuni accadono ancora? Perché con questa frequenza?». Sergio Moriggi, presidente provinciale delle Acli – Associazioni Cristiane Lavoratori Italiani – di Varese torna sul tema della sicurezza.
«Mi rendo conto che si tratta di un problema complicato e che i fattori che possono causare un infortunio sono diversi e non sempre prevedibili ma non si può sorvolare sulla vita delle persone. Le tragedie che ci vengono comunicate ogni giorno non possono essere catalogate come tante fatalità. Siamo di fronte a dei “suicidi inconsapevoli” del lavoro».
Eppure di sicurezza sul lavoro si discute molto, i messaggi di attenzione durano da tempo. Che cosa non si riesce a superare?
«Evidentemente ci sono delle carenze, sia nell’organizzazione del lavoro nelle aziende sia nella formazione ma non è solo questo. Tutti gli attori coinvolti devono interrogarsi e discutere insieme. Se nell’edilizia, ad esempio, c’è il problema della manodopera che è poco preparata su questi temi ci si deve fermare e trovare delle soluzioni. Non si può rimandare la discussione quando si parla della formazione, della prevenzione e della sicurezza dei lavoratori».
In provincia di Varese gli infortuni sul lavoro sono più di 14 mila all’anno. Come si può ridurre questo dato?
«Gli attori devono essere consapevoli e concordi nell’affrontare il problema. Il sindacato inoltre deve cercare di recuperare quella rappresentatività che merita su questi temi. Comprendendo anche altre questioni che direttamente ne sono collegate: la presenza di lavoratori immigrati che hanno bisogno di una formazione più attenta, l’attenzione ai lavoratori atipici».
Il ragazzo che si è ferito ed è morto ieri in una ditta a Oggiona Santo Stefano aveva solo 24 anni, dei progetti, una vita davanti.
«Sì. Non possiamo arrivare al punto che il proprio futuro, la possibilità di creare e di mantenere una famiglia non dipenda più dalle proprie professionalità e capacità ma da altro. Il bene comune deve essere inteso come salvaguardia di tutti gli individui. Invece spesso viene confuso con altro: con un interesse generale che in realtà generale non è ma corrisponde al bene di un gruppo, piuttosto che di una classe sociale o di una casta. Le altre persone diventano così un fattore tra i tanti per raggiungere quell’obiettivo».
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