“Non intendo iscrivermi al sindacato”. Viaggio nella fabbrica degli anni’70
Il caso Mascioni pretesto per una riflessione sul ruolo del sindacato da parte di Mario Agostinelli, consigliere regionale e uno dei protagonisti del sindacato
Riceviamo e pubblichiamo un intervento di Mario Agostinelli, consigliere regionale del Prc che ricorda il suo impegno sindacale alla Mascioni, azienda tessile oggi in crisi, nel corso degli anni 70. Un crudo amarcord che porta alla ribalta un tema di fondo: i diritti dei lavoratori e l’importanza del sindacato.
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Ricordo che quando nel 1976 il Direttivo di Varese mi elesse segretario provinciale dei tessili Cgil, posi pomposamente la sindacalizzazione della Mascioni tra le priorità programmatiche dei primi cento giorni. Si trattava di una anomalia inconcepibile per allora: una azienda modernissima, all’avanguardia in Europa nella tintoria e stamperia dei tessuti, terzista principe della Bassetti, collocata nel cuore del nord industriale – seppure isolata in una valle laterale – era priva di una rappresentanza legale dei lavoratori. Nessun delegato eletto e, di tesserati, nemmeno l’ombra. Eppure, a Cuvio, dietro i cancelli aperti elettricamente dalla guardiola, finivano operai e tecnici ad alta professionalità, prelevati spesso da altre aziende in cui a loro tempo si erano espressi come delegati di Cgil o Cisl o Uil. Era senz’altro l’eccellenza del macchinario, l’accuratezza della lavorazione, il rango della clientela committente che distoglievano le maestranze dalla contrattazione collettiva, facendole sentire una elite intoccabile. Addirittura, superminimi ad personam, sostegni per l’abitazione e per consentire ai figli di studiare e una distanza siderale dalle crisi economiche e produttive, persuadevano i dipendenti dell’inutilità della tutela sindacale.
Convocammo così i tre direttivi Cgil Cisl Uil. Nel piazzale antistante la fabbrica, onde segnalare anche fisicamente l’utilità di unirsi ai grandi temi della democrazia e della solidarietà e la precarietà di qualsiasi situazione temporanea di privilegio all’interno del lavoro dipendente. Ricordo come mi colpì il fatto che, all’ora esatta del timbro del cartellino, alcuni cani lasciati liberi nel recinto interno girassero minacciosi a sconsigliare a chicchessia di entrare in ritardo al lavoro.
Quella prima azione dimostrativa risultò inefficace, se non per farci conoscere due iscritti al PCI, che ci assicurarono, in base allo Statuto dei Lavoratori, una richiesta successiva di assemblea in orario di lavoro. Tenemmo nella sala mensa tre discorsi appassionati, nel silenzio più assoluto e sotto lo sguardo opaco dell’intera direzione aziendale. Alla fine, consegnammo uno per uno a tutti i presenti una delega da sottoscrivere per l’iscrizione sindacale e lasciammo in deposito una cassettina con un foro attraverso cui infilare le eventuali adesioni.
Quando, con trepidazione, tornammo a Cuvio per verificare il “bottino”, ci colse un balzo al cuore: la cassettina era piena. Peccato che ci fossero più di trecento schede con invariabilmente scritto: “non intendo iscrivermi al sindacato”.
Così la Mascioni ha continuato a costituire per lungo tempo una anomalia senza drammi: più un rammarico di noi militanti sindacali, per fortuna, che non una disgrazia per lavoratrici e lavoratori. Fino alla sorprendente notizia di questi giorni di una crisi difficilissima e di un pesante problema occupazionale anche tra quelle stampanti e rameuse confinate nelle plaghe “extratempo” di Piero Chiara.
Reparti ammiratissimi in tutto il mondo e oggi riportati alla dura realtà dei conflitti del lavoro dipendente.
Dovremo tutti impegnarci perchè la lotta per l’occupazione alla Mascioni si concluda al meglio e augurarci che la Valcuvia continui ad ospitare una azienda prestigiosa e fiorente. Ma faremmo bene ad imparare che la solidarietà nel mondo del lavoro e le conquiste democratiche non hanno tempo né confini e proprio per questo vanno sostenute e rafforzate anche nei momenti in cui non se ne percepisce immediatamente il bisogno.
Mario Agostinelli
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