Univa: “La crisi c’è, ma le nostre imprese ne usciranno”

Il presidente Michele Graglia non nasconde la difficoltà ma con realismo fa appello alle capacità storiche delle imprese varesine

Con il sorriso sulle labbra e un ottimismo che malgrado la crisi pesante che avanza esprime serenità, Michele Graglia, presidente dell’Unione degli Industriali della Provincia di Varese, affronta l’anno nuovo a nome dell’industria varesina. «Non bisogna nascondere la gravità della situazione attuale e fare del facile ottimismo. Ma occorre vedere la parte mezza piena del bicchiere, perché la paura è il nostro peggior nemico: fa perdere di vista i punti cardinali».

I numeri li ha presentati Paola Magnini, responsabile dell’ufficio studi Univa. Raccontano un 2008 spaccato in due: fino a settembre su numeri prospettive e investimenti sul futuro normali. E in parte positivi. Ma negli ultimi tre mesi dell’anno la cassa integrazione tendenziale è raddoppiata e gli ordinativi si sono fermati. "E’ una crisi di avvitamento", ha spiegato la ricercatrice di Univa, che in economia assomiglia al diffondersi delle leggende metropolitane, e delle conseguenti azioni dominate dalle sue paure. I dati, visti con lo sguardo dei tre mesi, fanno paura. «Ma hanno poco senso: in realtà – sottolinea la dottoressa Magnini –  bisognerebbe decidere di guardarli solo alla fine dell’intero anno. Magari si scopre pure che non sono così alti come sembrano visti dall’inizio della crisi». Da lì in poi, il presidente Michele Graglia è un torrente d’argomenti, e soprattutto, un inno al realismo come unico modo per uscire fuori dalla spirale della crisi.

Varese e il mondo

«Innanzitutto è restrittivo limitare l’analisi a Varese: quello che succede qui sta succedendo in tutto il mondo. È tempo perso pensare alla specificità di Varese ora, siamo coinvolti in un meccanismo globale. Da cui certamente, prima o poi, usciremo: anche se quando non è ancora prevedibile. Sicuramente tutto il 2009 vedrà segni negativi, speriamo che il 2010 già veda un’inversione di prospettiva. Ma in tutto questo c’è anche un iniziale fattore psicologico, che è amplificato dall’informazione, che si basa su dati che arrivano con un certo ritardo rispetto a ciò di cui fanno le rilevazioni. Il 2008 passerà alla storia come un anno non favorevole, e magari pure il 2009, ma forse è il caso di valutarlo alla fine dell’intero anno. Magari poi ci si rende conto che non è stato così tragico come le prospettive a tre mesi mostrano».

Un’economia sana e forte
«Varese ha capacità di export ancora importanti: il che significa che nell’industria del territorio ci sono ancora risorse innegabili. Da questa situazione qualche conseguenza ci sarà – sottolinea Graglia –  ma questo non vuol dire che le nostre aziende hanno perso la capacità di affrontare le cose: il problema è capire cosa possiamo fare noi per uscirne il prima possibile. L’aspetto della finanza è fondamentale, e per le aziende avere il suo sostegno è diventato sempre più indispensabile. Però, lo abbiamo visto, l’economia finanziaria è oggettivamente degenerata. Fortunatamente però, da noi non si fa i finanzieri: noi produciamo bulloni, pieghiamo il ferro, facciamo cose che si toccano con mano. E poi siamo piccole o medie imprese a nucleo familiare: il che a volte è un limite ma a volte è un vantaggio, anche e soprattutto perchè le imprese famigliari pur mantenendo valori antichi e solidi si sono sapute trasformare in imprese moderne, con vocazione all’internazionalizzazione e all’innovazione. Però una azienda famigliare – spiega il presidente di Univa – non ha manager che devono portare "numeri" agli azionisti e quindi per natura soluzioni meno drastiche e più a lungo respiro per tornare alla normalità».

Il governo? Non nasconda i numeri e decida in fretta
«Per governare la crisi ci vogliono decisioni rapide, coerenti, e condivise. In particolare bisogna agire su due aspetti: innanzitutto mantenere viva la linfa per le imprese. Bisogna far sì che non si blocchi la spirale negativa – sottlinea il presidente – ed evitare che problematiche contingenti possano tradursi in problematiche sociali. Trovare risorse che incentivino. Anche se, con il problema del debito pubblico, mettere in campo risorse pesanti è più difficile perchè abbiamo meno risorse degli altri paesi. Ma proprio per questo, come secondo aspetto è necessario mettere in cantiere un intervento strutturale che preveda di riassestare i nostri conti per il futuro: se non lo facciamo, diventiamo sempre meno attrattivi nei confronti degli investitori. Il fattore tempo però è importante: il rischio infatti è farsi venire in mente idee condivisibili ma espresse troppo tardi. E per riuscirci è fondamentale essere realisti nei numeri, non ingannare su quali sono le vere disponibilità: a questo punto non importa sapere quant’è, ma quantificare quel che c’è e metterlo subito sul piatto. Non è il momento di dare numeri per farsi pubblicità. Tra l’altro è da sottolineare che questa è una crisi diversa perchè globale: le decisioni sono tanto più efficaci se sono coordinate. Le decisioni di un singolo paese, infatti, rischiano di incidere poco».

Il settore auto: da salvare, insieme a tutta l’impresa
«Gli aiuti al settore auto sono giusti – sostiene Michele Graglia – riguarda un settore che rappresenta il 7% del Pil, cioè una percentuale enorme. Il problema è che, contrariamente agli altri paesi europei, in Italia il settore auto vuol dire un solo nome: Fiat, il che significa spaccare il paese in due. Però qui non si tratta di dare sostegno a una famiglia, ma a un settore. Anche la nostra provincia che non è coinvolta direttamente nel settore, se fosse in crisi ne sentirebbe pesantemete le conseguenze. Basti pensare alle aziende che producono utensileria, o plastica, o componentistica meccanica. Premesso questo però, vogliamo dire che non c’è solo quel settore da sostenere: il governo deve considerare una forma di sostegno all’impresa in generale».

Adesso ci vorrebbe la "regulation"
«I consumi cambieranno ma non si azzereranno – ricorda il numero uno dell’Unione industriali –  il mondo va avanti, come è andato avanti anche attraverso altre crisi e le guerre. Piuttosto, alla fine della crisi, dovremo essere pronti davanti alle nuove esigenze che ci troveremo davanti. Il problema adesso non è la crescita, quanto una crescita anomala o fittizia. Ruolo e il destino della crescita sta nella parola stessa: non si può pensare che non si faccia crescita, ma quello che è successo deve insegnarci che ci devono essere nuovi modi di affrontarla e nuovi conotrolli: chissà, forse è il caso di pensare a una "regulation" che fino ad adesso è mancata, dopo tanti anni di "deregulation": perchè il mercato è ormai un mercato aperto, alzare le barriere è impensabile, ma è necessario ormai fare delle regole che rispecchino la nuova struttura di questo mercato».

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Pubblicato il 04 Febbraio 2009
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