Tremonti: «Non possiamo salvare i banchieri che hanno rubato»

Così Giulio Tremonti al convegno di Ceam sul futuro della piccola e media impresa. No alla sfiducia dettato dai media e allo "sfascismo", sì al rilancio del ruolo pubblico. Con i "Tremonti bond" «possibile rimettere in moto 150 miliardi per imprese e famiglie». Malpensa: «liberalizzare le rotte, bene il salvataggio»

È un Giulio Tremonti professorale e sicuro del fatto suo quello comparso questa mattina, sabato 7 marzo, ai Molini Marzoli di Busto per l’intervento centrale nel convegno indetto da Ceam sul futuro della piccola e media impresa. Una platea strapiena, flash, telecamere e microfoni per raccolgliere l’opinione e le ricette anticrisi del ministro dell’economia e delle finanze del governo Berlusconi. Tremonti non si tira indietro e anzi si lascia andare ad una lunga analisi dell’accaduto, una piccola lezione universitaria in bilico tra storia, filosofia ed economia, rivendicando di aver descritto già in tempi non sospetti (1995) «il lato oscuro della globalizzazione».

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Una crisi di sfiducia – Sostiene Tremonti che una delle cause principe dell’abissale crisi che viviamo sia la sfiducia di cui i media si fanno portatori. «Dire che "è colpa dei giornalisti" non è però quello che intendo» precisa. «Non voglio censure» aggiunge, ma ricorda che i numerosi centri studi e osservatori permanenti se ne escono ogni giorno con notizie allarmanti, «quasi in uno sforzo di giustificare la propria esistenza». Risultato? Anche quando i soldi (ancora) ci sono, non si spende per paura del domani. Non esiterà a parlare di «irresponsabili in cerca di pubblicità»: «smettiamo di farci del male» è il suo appello.

Il mondo gira troppo veloce: voglio scendere – Se c’è un evento che Tremonti non esita a paragonare alla scoperta delle Americhe, è la «scoperta economica dell’Asia» figlia della globalizzazione imposta da organismi come il WTO negli ultimi vent’anni, dopo la fine della Guerra Fredda. «Gli Stati Uniti si sono riorientati dall’Atlantico al Pacifico» ed è nata una nuova divisione globale dei compiti: l’Asia, Cina e India in testa, produce, l’America acquista e fa da fulcro per gli investimenti. Cambiamenti troppo rapidi in soli vent’anni, sospira il ministro, per essere assorbiti; «l’Europa ci ha messo decenni dopo la guerra ad aprirsi al mondo, poi di colpo ogni barriera è stata abbattuta. Si poteva fare con più equilibrio e saggezza».

Politica succube delle «follie finanziarie» e crisi etica – In questa situazione sono subentrare le «follie finanziarie» fra le quali ha assunto dimensioni apocalittiche quella dei derivati, il cui volume «è dodici volte quello del PIL di tutta la Terra, con un potenziale di 30-40 trilioni di dollari – la manovra americana è da un trilione». Cifre semplicemente inconcepibili: «con questi strumenti non si va avanti, con i derivati i profitti sono di chi li fa, le perdite sono nostre ». Sostiene Tremonti che negli ultimi anni «gli Stati hanno rinunciato a fare gli Stati, la politica ha ceduto la sua sovranità al mercato». Si è ceduto all’illusione «che il denaro si moltipichi da sè, e non attraverso il lavoro. Si è guardato il solo conto economico senza valutare quello patrimoniale». Morale, «il problema non è leggere libri di economia, ma la Bibbia». Una saggezza antica: «quella del bonus pater familias, ma nelle banche hanno guardato solo al bonus – detassato dal centrosinistra – invece che alla famiglia. Servono più Stato, più moralità, più legalità. Nel mondo dell’economia mancano le leggi: mercato globale, nato con i computer, legislazioni locali e parziali. Non è riducendo tutto a schemi astratti e disumani che si può andare avanti». Non è un discorso anticapitalista, sostiene Tremonti, ma a sinistra si fregano le mani soddisfatti. E lui di rimando: «Guai allo sfascismo, al "tanto peggio tanto meglio": favorirà soltanto noi. Chi gestisce bene le crisi ne esce rafforzato»

Salvare le imprese, non i banchieri – Nella situazione data «non possiamo salvare i banchieri che hanno rubato» (applauso a scena aperta ndr), «dobbiamo salvare famiglie, imprese, e la parte sana del mondo creditizio. In passato il New Deal rooseveltiano funzionò, oggi vedo troppi interventi parziali. Bisogna invece conservare la coesione sociale, la pace sociale, e soprattutto la struttura produttiva». Qui entrano in gioco i cosiddetti "Tremonti bond" («li hanno chiamati così le banche»), un "pacchetto rilancio" di obbligazioni emesse dalle banche che il ministero acquisterebbe, 10-12 miliardi che a detta del ministro potrebbero rimettere in moto a catena qualcosa come 150 miliardi di euro in liquidità per le imprese, ma anche per le famiglie. «I soldi dovrebbero bastare, se non bastano, li troviamo» rassicura. L’obiettivo è fermare la stretta creditizia prima che strangoli persino le banche stesse, dopo aver steso aziende e consumatori. E per controllare che i fondi arrivino là dove devono arrivare, saranno implementati osservatori presso le Prefetture cui parteciperanno tutti gli attori sociali – categorie, sindacati, camere di commercio. Altri strumenti, da rilanciare, sono la Cassa Depositi e Prestiti («un gigante addormentato») e la SACE SpA: «insieme al prestito possono dare molta liquidità». Quanto alla difficoltà della piccola e media impresa, la soluzione richiamata è di «presentarsi alle banche non come singoli, per vedersi chiudere lo sportello in faccia, ma come distretti». Imprenditori di tutto il mondo, unitevi.

Federalismo e tasse – Alcune considerazioni conclusive, su imbeccata dell’amico Umberto Bossi. Il centronord d’Italia, ricorda Tremonti, è ricco come la Baviera o l’Ile de France. Il vero problema è il Sud, dove s’è sprecato l’impossibile. «Il federalismo fiscale responsabilizza» ripete. «Non è accettabile che laggiù costi il doppio o più ciò che rende metà ai cittadini in termini di servizi. Si tratta di togliere il bottino ai ladri». Sul patto di stabilità che strozza gli enti locali, Tremonti mette le mani avanti: «abbiamo un testo approvato dai Comuni e che prospetta una soluzione equilibrata. Far saltare il patto ci potrrebbe problemi di bilancio». Di fronte alla platea imprenditoriale, poi, Tremonti definisce l’Irap «il frutto di una mente malata, con il lavoro tassato due volte. Abolirla del tutto non si può, finanzia la sanità: il vero colpo per abbatterla sarà il federalismo fiscale».

Malpensa – Per l’aeroporto sostiene Tremonti che «i francesi se ne sono andati (salvo tornare ndr) vedendo il caos spaventoso di Alitalia. È giusto rompere quello che mi hanno detto essere un monopolio sulle rotte di Malpensa» dichiara, tornando liberista per l’occasione, «e comunque il salvataggio di Alitalia da parte del governo è servito ad evitare le conseguenze di un fallimento in termini di casse integrazioni, e a impedire lo sciacallaggio di chi avrebbe voluto comprare il pezzo migliore al prezzo migliore».

di redazione@varesenews.it
Pubblicato il 07 marzo 2009
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