«Io, vittima dell’usura, ho denunciato il mio aguzzino»

Dopo il recente allarme della Banca d'Italia sul pericolo usura, la storia di Veronica: vive nel basso Varesotto e grazie a lei è stato scoperto un giro di usura che coinvolgeva più di 50 persone: “Ora chiedo solo un lavoro per ripartire”

«Non so quanto riuscirò ad andare avanti, quello che mi fa continuare a lottare è l’affetto che sento da parte della mia famiglia». Da sei anni lotta contro l’usura, da quando nel 2003 è entrato in quello che lei stessa definisce un inferno: ha perso soldi e proprietà per un valore di 300 mila euro, ha tentato il suicidio tre volte, è stata anoressica. Veronica (nome di fantasia, ha chiesto di rimanere anonima) vive nel basso varesotto, alla fine ha denunciato il proprio aguzzino e le indagini hanno portato alla scoperta di altre 50 persone che erano controllate e ricattate dall’usuraio. Il processo è ancora in corso e la fine dell’incubo potrebbe esserci a settembre, anche se per lei la situazione è molto difficile: non ha la partita Iva, ha sempre fatto lavori a termine, nel call center o come operaia, oppure le pulizie nelle case degli altri. La legge anti-racket e anti-usura prevede dei rimborsi, degli aiuti economici, a chi denuncia gli aguzzini. Ma solo per le imprese, per i titolari di partita Iva.
«Io non ho la partita Iva e quindi non avrei diritto a nulla. Ma sono l’unica che si è presentata a quel processo – racconta Veronica, 45 anni -. Adesso ho molta paura perché non ho i soldi per pagare le bollette, vivo con la disponibilità di mia madre, dei miei figli. Ma non è semplice vivere così, molto spesso mi chiedo se ho fatto bene. Come me ce ne sono tanti».
 
In che senso?
«Conosco persone a Tradate e Lonate Ceppino che sono nelle stesse mie condizioni, vittime di usurai e senza partita Iva. Mi chiedono se per me sia cambiato qualcosa, gli rispondo che non so come ripartire. E loro mi dicono che non ne vale la pena, quando non sapranno come andare avanti, dicono che la faranno finita. Io non rimpiango quel che ho fatto, non voglio essere ricca, voglio solo ripartire, chiedo di trovare un lavoro, anche solo part-time».
 
Come è finita in questo vortice?
«Nel 2003, quando sono andata in banca per chiedere un mutuo o un finanziamento. Mi è stato negato perché non avevo garanzie da dare. Anche mia madre era considerata troppo anziana per poter dare garanzie. E così un amico mi ha presentato quest’uomo che aveva un officina meccanica nel milanese».
 
Cosa ha fatto quest’uomo?
«Mi ha fornito una busta paga falsa per poter richiedere il finanziamento. In attesa dei soldi, mi ha fatto un prestito con cui ho aperto un conto in banca, facendomi dare due libretti degli assegni. E lì è stata la fine. Ha iniziato a farmi fare assegni, promettendomi che non li avrebbe incassati fino all’arrivo del mutuo, ma poi prontamente venivano riscossi. Sono iniziate le chiamate della banca, il finanziamento non è più arrivato e per coprire lo scoperto ero costretta a farmi prestare altri soldi da lui. Era come essere all’inferno».
 
Quando ha capito che non ce l’avrebbe più fatta?
«Sono andata da lui e gli ho detto che non avrei più pagato. Lui ha tirato fuori una pistola e mi ha detto che allora sarei dovuta andare a fare delle rapine. Mi sono molto spaventata».
 
Cosa ha fatto?
«Sono stati due anni tremendi. Lui è arrivato persino a farmi firmare, diceva, una finta compravendita della mia casa. Mi ha dato 12 mila euro e ora quella casa è intestata veramente a lui. Ho smesso di mangiare, ho iniziato a stare male, non sapevo più dove sbattere la testa, Per pagare i debiti ho anche usato il mio corpo. Non voglio chiamarla prostituzione, è successo solo due volte. Non ne vado certo fiera. Ma non sapevo più cosa fare».
 
Poi ha scoperto l’associazione anti-usura di Paolo Bocedi?
«Ho chiamato il numero verde dell’associazione (800-667733, nrd). Proprio Paolo Bocedi è stato molto disponibile e mi ha portato lui a fare la denuncia. Sono partite le indagini che hanno fatto scoprire che c’erano anche altre persone nelle mie condizioni, sotto lo stesso aguzzino. Da allora, però, è stato un altro calvario: è in questo periodo che ho tentato tre volte il suicidio, che sono diventata anoressica e che mi sono fatta ricoverare in una clinica psichiatrica».
 
Adesso qual è la sua situazione?
«Adesso sto bene. È quasi un anno che non prendo farmaci, peso 60 chili. Lo Stato non mi ha riconosciuto nulla, secondo la legge non ne ho diritto. Spero in un risarcimento con il processo. Con il mio avvocato, che non so tutt’ora come pagherò, ci siamo costituiti parte civile. Spero almeno di riuscire a riavere la mia casa».
 
Cosa chiede ora?
«Un lavoro, qualsiasi lavoro. Se mi chiamassero ora accetterei subito qualsiasi cosa. Mi reputo una persona forte, nonostante le debolezze avute. L’unica cosa che mi serve per stare bene ora è un lavoro».
 
Cosa dice a quelle persone che si trovano nelle condizioni in cui si è trovata lei?
«Di non nascondersi. In quella situazione sembra inutile arrivare a denunciare. Ma se non lo si fa, si legittima una stato dirompente. Sono in tanti anche nella nostra zona, non solo aziende. Ma anche operai o casalinghe. So di aver sbagliato all’inizio, ma poi è stato un incubo che non auguro a nessuno».

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Pubblicato il 07 Agosto 2009
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