L’Italia e il lavoro precario: «Nelle microimprese non c’è»
In risposta alla provocazione di un lettore, imprenditore in Svizzera, parla il direttore dell'Associazione Artigiani della Provincia di Varese, Marino Bergamaschi
La lettera di un lettore che affrontava con una provocazione la questione dei contratti di lavoro italiani, paragonati a quelli in uso nella vicina Svizzera, e nella conseguente attitudine delle aziende a "imbarcare" lavoro precario o meno, ha suscitato diversi commenti da parte dei lettori e lettere.
Il primo intervento "istituzionale" da parte delle associazioni arriva invece dall’Associazione Artigiani della Provincia di Varese: più precisamente dal suo direttore Generale, Marino Bergamaschi.
Questo il testo integrale
Il contratto di lavoro svizzero, così come la legislazione elvetica, sono diversi dagli strumenti contrattualistici e normativi italiani. E’ difficile proporre un parallelismo tra i due ed è oltremodo complicato affermare che il sistema elvetico sia del tutto positivo e quello italiano del tutto negativo.
L’Associazione Artigiani della Provincia di Varese ha sottolineato più volte che nella microimpresa ha scarsa diffusione la precarietà del lavoro. Anche se nelle MPI, il lavoro è strettamene legato all’andamento dei cicli economici. Dati alla mano: il 90% dei contratti di apprendistato nelle MPI si trasforma in contratti a tempo indeterminato. La micro e piccola impresa si dimostra un buon strumento di occupazione e di crescita professionale: lo conferma una recentissima ricerca di Confartigianato dove si sottolinea l’offerta da parte delle imprese artigiane di 30mila posti di lavoro. Posti che “nessuno vuole”. Si cercano falegnami, meccanici, parrucchiere ed elettricisti, ma nella maggior parte dei casi le ricerche delle piccole imprese non hanno alcuna risposta.
Si chiede un cambio culturale. Un salto che potrebbe aiutare anche il nostro Governo a superare la crisi del sistema-Italia, ormai costretto in una morsa dove si registra un costo del lavoro vicino a quello della Germania e retribuzioni bassissime, come in Grecia. Qualcosa che non quadra, in questo sistema, c’è! A partire dal Welfare, per esempio: troppo costoso e troppo generoso per quanto riguarda gli aspetti pensionistici, ma non attento alle necessità delle famiglie e dei giovani. Poi le tasse, troppo alte: ridurle significa rilanciare i consumi per dare forza al valore d’acquisto dei salari. Poi il deficit del nostro Paese, che dovrebbe preoccupare tutti. Poi i sindacati, che garantiscono i lavoratori dello Stato, delle sue articolazioni e le grandi imprese, ma scarsamente i dipendenti delle MPI. Di conseguenza le organizzazioni sindacali non riconoscono coloro che rappresentano l’imprenditoria minore.
Ed infine, i differenziali retributivi. Riteniamo non sia più procrastinabile l’adozione di salari territorializzati con i quali rilanciare la competitività del nostro territorio. Ricordiamo, inoltre, che il sistema Confartigianato è stato il primo a sottoscrivere l’intesa – lo scorso 23 novembre – riguardante gli accordi per un nuovo modello contrattuale (definita “la nuova stagione dei modelli contrattualistici”) al cui interno si conferma il II livello, del tutto esigibile perché a livello regionale ed attuato da oltre 15 anni, e si rilancia l’importanza della bilateralità, strumento che si è rivelato prezioso di fronte alla recessione. Il 23 luglio scorso, poi, Confartigianato ha sottoscritto l’intesa applicativa degli accordi sopraddetti, mai stati firmati dalla Cgil.
Quindi la materia non è semplice, ma vorremmo ricordare quanto le MPI sono e costituiscono una comunità economica e sociale al pari delle piccole realtà imprenditoriale elvetiche. Pensiamoci!
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