Viaggiatori bloccati, finché il vento fa il suo giro
L'aeroporto, chiuso per la sospensione dei voli provocata dal vulcano islandese, diventa un deserto, abitato da passeggeri con panini in mano e vacanzieri in lacrime
«Bisogna vedere come gira il vento». E cos’altro possono rispondere gli addetti aeroportuali di Malpensa a chi chiede informazioni. Un po’ sollevati dal non dovere giustificare i ritardi delle compagnie aeree o dovuti a disfunzioni dello scalo, e un po’ consapevoli dell’enorme disastro che tutte queste cancellazioni stanno provocando.
Il tabellone degli orari è impietoso, a fianco del nome delle destinazioni compare una sola scritta lampeggiante: cancellato. «Dovevamo partire per una vacanzetta – spiegano alcuni "passeggeri" in attesa – dopo tanto lavoro era quasi arrivato un po’ di riposo al mare. E invece…», a completare la frase ci pensa il messaggio che l’altoparlante dell’aeroporto scandisce ogni 10 minuti "Din don: a causa della nube dovuta all’eruzione vulcanica islandese tutti gli aeroporti sono chiusi dalle 8 alle 20 per decisione delle autorità di sicurezza europee". E ad ogni avviso si riaccende la rabbia sopita: «La beffa é che questa
mattina mia mamma mi ha chiesto se volevo che preparasse un panino per il pranzo – dice un ragazzo in partenza per Londra – e io gli ho risposto: non ti preoccupare tanto in aeroporto ci rimango un’oretta. E invece…». Appunto, e invece "Din don: a causa della nube dovuta all’eruzione vulcanica islandese tutti gli aeroporti sono chiusi dalle 8 alle 20".

C’è chi decide di aspettare, chi si arrangia per tornare a casa e chi annusando l’aria in aeroporto non ci è proprio venuto. «Sapete se c’è un treno – no io prendo l’autobus – taxiii!», ci si arrangia come si può ma la meta quasi per tutti è il ritorno a casa. Tutti in balia dei cieli, anzi della terra esplosa come una bomba nel cielo d’Islanda per colpa di «Quel maledetto vulcano». Intanto l’aeroporto é sempre più deserto e gli addetti continuano a ripetere «Bisogna vedere come gira il vento».
Una ragazza piange appoggiata al muro, chissà dove doveva andare. "Din don…".
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