Se Equitalia fa più paura della mafia non è un buon segno

Intervista a Giovanni Impastato fratello di Peppino, il giornalista e attivista che Cosa Nostra uccise nel 1978 facendolo saltare in aria con una carica di esplosivo

«Oggi la mafia viene fatta apparire come invincibile. Non è vero. Si può battere in pochissimo tempo, se ci fosse una precisa volontà politica e tutti muovessero le proprie coscienze. La mafia non è solo un fenomeno criminale, ma anche culturale: va battuta lì». Giovanni Impastato, fratello di Peppino, il giornalista e attivista che la mafia uccise nel 1978 facendolo saltare in aria con una carica di esplosivo, dopo averlo tramortito e adagiato sul chilometro 30+180 della ferrovia Trapani-Palermo, è stato ospite di un dibattito organizzato dall’associazione di volontariato culturale “La casa di Nando”, dal titolo “Memoria e impegno”, che si è svolto nella sala consiliare del comune di Gazzada Schianno.

“Memoria e impegno”. Secondo lei le istituzioni italiane, oggi, fanno buona memoria e si impegnano sufficientemente contro la mafia?
«Io sono convinto di no. Le istituzioni italiane dovrebbero fare molto di più contro la mafia e dovrebbero risolvere il problema dal punto di vista giudiziario ma anche politico e dell’impegno, della mobilitazione vera e propria. Oggi purtroppo viviamo una situazione difficile e vedo poche azioni di contrasto. È chiaro che sono state approvate delle leggi importanti, come la 109 sulla confisca dei beni mafiosi, nel 1982, dopo l’uccisione del generale Dalla Chiesa, o quella sui pentiti; ciò ha dato la possibilità di migliorare l’impegno contro la lotta alla mafia ma non di risolvere il problema: purtroppo queste leggi sono state approvate sull’onda dell’emozione. Abbiamo dovuto aspettare la morte di Dalla Chiesa e le stragi; per la legge anti-racket abbiamo dovuto aspettare la morte di Libero Grassi. Bisogna invece lottare contro la mafia senza seguire l’onda delle emozioni, ma cercando di portare avanti un lavoro preventivo, perché la mafia non è un problema repressivo, di ordine pubblico, è un problema sociale, culturale. Alcuni passi avanti sono stati fatti e sarebbe poco generoso dire che tutto è rimasto come prima, ma c’è ancora tanto da fare e credo che manchi una precisa volontà che possa risolvere il problema».

Roberto Saviano ha di recente riportato su Facebook e Twitter il risultato di un questionario anti-camorra somministrato nelle scuole di Napoli: il 57% dei giovani dice che Equitalia fa più paura della camorra. Cosa sta succedendo?
«Questo è il frutto della cultura mafiosa. Già ai tempi delle prime confische in Sicilia si verificarono proteste da parte di alcuni lavoratori, che dicevano “con la mafia si campa, con l’antimafia si muore”. Manca la presa di coscienza da parte del cittadino. La politica, poi, ha lasciato molti vuoti. Oggi si deve andare nei quartieri dove lo Stato non entra, parlare con la gente, sviluppare una coscienza critica. Cosa deve succedere ancora? Io non vedo qualche segnale di cambiamento, ma non sono pessimista, credo che ce la possiamo fare perché questo paese ha la capacità di reagire e io mi aspetto che ci sia una buona reazione. Ho paura delle persone rassegnate intorno a me, perché non sentono il bisogno della verità, e quando manca questo bisogno non si fa altro che spalancare le porte alla mafia».

La mafia interloquisce con tutti i partiti o ci sono differenze?
«La mafia cerca di interloquire con quei partiti che hanno il potere politico ed economico. Per la mafia diventa difficile interloquire con quei partiti che svolgono un ruolo di impegno culturale e sociale, di opposizione al sistema; il problema è dei partiti, quelli che sono al governo: devono essere loro a respingere la mafia che vuole tessere rapporti».

Dovesse descrivere Peppino a un ragazzo d’oggi andando al “cuore” cosa gli direbbe?
«I ragazzi di oggi, che dimostrano sensibilità, si sono legati molto alla figura di Peppino, perché si riconoscono in lui. Io lo descriverei come uno di loro, animato da quella grande voglia di giustizia e di verità».

9 maggio 1978: qual è la prima emozione che gli ritorna in mente, la più forte?
«È accaduto quando abbiamo visto tutte quelle persone, tutti quei giovani che venivano da ogni parte della Sicilia e dell’Italia e salivano al corso per ricordare Peppino. Lì abbiamo capito una cosa: non eravamo soli. C’era ancora tanta gente e c’era la speranza di avviare un percorso importante. Quello è stato il momento più bello».

di redazione@varesenews.it
Pubblicato il 15 maggio 2012
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