Il “perchè” del Rugby
Un infortunio successo ieri durante una partita, solleva riflessioni su uno sport "così difficile da giustificare a genitori ed amiche" ma capace di creare un gruppo solidale e di qualità
Ieri si è svolta una serata molto particolare alla Festa del Rugby di Varese. Durante l’evento si è vista la partita del Varese, la cui sconfitta brucerà ancora per un po’ ai tanti tifosi, si è giocato il torneo di rugby femminile e molte compagnie di amici hanno finalmente cominciato a festeggiare l’estate. La squadra del CUS MILANO Rugby ha vissuto un ulteriore momento particolare: una compagna è stata accompagnata al pronto soccorso per un infortunio non proprio semplice.
Tale situazione ha fatto pensare fermamente al "perchè" di questo sport così difficile da giustificare a genitori ed amiche e allo stesso tempo ci ha fatto vedere quanto le giocatrici del Varese siano un gruppo solidale e di qualità. Per questa ragione volevo condividere con il Varese Rugby la celebrazione del motivo che ieri ha visto tante persone stare insieme. Le ragazze del Cus Milano Rugby si ricorderanno della partita contro le Amazzoni e della serata a Varese e vogliono ricordare a tutti il "perchè" del Rugby.
Alla base di questo sport ci sono quattro pilastri fondamentali: il passaggio indietro della palla, la difesa compatta che avanza come una schiera rettilinea, il placcaggio, il raggiungimento della meta.
La necessità di difendere la propria area di meta avanzando in modo compatto, la certezza che il guardarsi indietro sia la chiave strategica per avanzare di più e la consapevolezza che alle proprie spalle c’è un gruppo, una squadra, e non il nulla, sono tutti elementi che ricordano le dinamiche della vita. Il rugby si basa tutto sullo sguardo al gruppo, quasi all’indietro, che invece di portare alla sconfitta garantisce la crescita, un passaggio di palla che spinge alla solidarietà e alla razionalità della scelta migliore per il gruppo in quel momento, facendo mettere da parte la propria ambizione personale di meta. Uno sport che contempla il placcaggio come azione permessa e regolamentata che non colpisce o ferma il gioco, ma motiva a non lasciare la palla, cioè l’obiettivo.
Un placcaggio che fa passare la paura dell’altro e fa capire che dopo ogni caduta, anche causata dagli altri, c’è sempre la necessità di rialzarsi, perché la sfida non si ferma, non si bada a ferite o lividi, si porta avanti l’attacco. E infine la meta raggiunta con la voglia di far celebrare un momento indimenticabile a tutta la squadra e agli spettatori che non diranno mai che è colpa di qualche difensore, ma esulteranno proprio per la bellezza di una grande azione."
La ragazza infortunata, Margot, contiamo si rimetterà presto.
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