Towner è come Shakespeare, la sua musica è un ballo dell’anima
Intervista al chitarrista Claudio Farinone che ha appena registrato per l'etichetta Abeat un disco su musiche del mitico cofondatore degli Oregon
Claudio Farinone è un chitarrista che non manca di soddisfare la sua curiosità. E come chitarrista interessato in parte al jazz, non poteva non avvicinare Ralph Towner – cofondatore dei mitici “Oregon” – da angolazioni asimettriche e “danzanti”. Perché in “Claudio Farinone plays Ralph Towner”, edito dalla Abeat, è il senso del ritmo e del canto a dettare le regole dell’interpretazione. Grazie, anche, alla ricerca di un suono particolarmente dinamico ma pulito, ricco di sfumature e rispettoso di ciò che si suona e si ascolta. Diciamo, se possibile, un suono “ecocompatibile”. Che si rigenera attraverso l’utilizzo di chitarre a otto corde e baritono costruite dal liutaio italiano Renato Barone. «Uno degli aspetti che mi affascina particolarmente di questi strumenti – sottolinea Farinone – è l’estrema gamma timbrica che sono in grado di regalare. Queste caratteristiche, unitamente al mio interesse per gli aspetti coloristici e per l’improvvisazione, mi hanno portato verso una chitarra ad otto corde, due in più nel registro grave, che accordo a seconda delle esigenze. Possiedo una chitarra con tavola in abete ed una con tavola in cedro, ciascuna con una propria personalità. Entrambe hanno fondo e fasce in palissandro brasiliano. La seconda è realizzata con il nuovo progetto denominato “Amaranto”, che unisce splendidamente ricchezza timbrica, chiarezza, velocità di attacco e potenza. È uno strumento davvero superiore. A questa si aggiunge una chitarra baritono, che suona una quinta sotto una normale chitarra classica, realizzata con tavola in cedro e fasce e fondo in cocobolo».
Ralph Towner è una specie di Shakespeare della chitarra: quanto è difficile entrare nel suo mondo?
«È vero, il percorso di questo genio della chitarra e della musica del nostro tempo ha una valenza estremamente poetica; in fondo, è ciò che mi ha sempre attirato verso la sua musica, che ascolto fin da quando muovevo i primi passi sulla strumento. La difficoltà di approccio verso questo linguaggio consiste nel fatto che esso abbina due tipi di esperienze musicali diverse. Da un lato, Ralph fa uso di una scrittura e di una tecnica, per così dire “classica”, producendo partiture meticolose, scritte nota per nota e con una precisa indicazione per ciò che riguarda i “voicing”, ovvero le posizioni su cui si ottengono gli accordi sullo strumento. La chitarra è estremamente complessa da questo punto di vista che, al contempo, è parte essenziale del linguaggio di Towner. Dall’altro lato, è un musicista che proviene dal jazz, con un’abilità straordinaria nell’improvvisazione e un rapporto con il ritmo tutt’altro che accademico. Entrare nel suo mondo, a mio avviso, significa comprendere l’equilibrio di questi due elementi: estremo rigore e grande libertà».
Come ci si avvicina alle composizioni di Towner: c’è una grammatica musicale diversa alla quale ci si deve abituare?
«Ci sono diversi aspetti che rendono questa musica non facile da avvicinare. L’elemento del timbro è una parte essenziale, e non è semplice curare ogni dettaglio facendo in modo che non si perda il “groove”, il rapporto con la pulsazione. Poi c’è una parte fondamentale di improvvisazione che rende le composizioni simili agli “standard” jazzistici. Ho avuto la fortuna, e l’onore, di poter godere dei preziosissimi suggerimenti di Ralph e di arrivare al risultato poco alla volta. Nel tempo Ralph ed io siamo diventati amici e il tempo passato con lui, anche solo a chiacchierare di musica, mi hanno fatto comprendere parecchie cose. La sua dedizione per la musica è totale e l’attenzione ad ogni dettaglio, unita alle sue raffinate conoscenze compositive, è incredibile. È uno dei più grandi insegnamenti che ho ricevuto nella mia vita di musicista».
I dischi per strumento solo sono le prove più difficili per un artista: quali le paure che hai dovuto sconfiggere?
«Ho tante paure nella vita ma, fortunatamente, non quella di suonare. Ho pensato a questo disco in solo come la sintesi di tante esperienze di musica d’assieme suonata con tanti colleghi in oltre vent’anni. Quando si suona da soli si è completamente liberi e ci si deve misurare unicamente con la musica che si affronta. Inoltre, non posso concepire un’esperienza musicale come la lettura e l’interpretazione di musica altrui senza che si possa sviluppare un percorso creativo proprio. La musica di Towner mi offre la possibilità di interpretare un pezzo seguendo la mia attitudine e la mia formazione “classica” e, al contempo, mi consente di sviluppare alcune improvvisazioni personali. Ho sempre amato improvvisare, e ritengo l’estemporaneità una parte essenziale della mia vita di musicista».
Raccontaci la costruzione di questo disco: la selezione dei brani, la scelta del luogo, la tecnica di incisione. L’importanza degli strumenti utilizzati.
«Ho scelto i brani con un criterio unicamente legato al mio gusto. Da sempre prediligo le registrazioni realizzate in luoghi “naturali”, evitando così il clima asettico degli studi. Ho scelto un luogo che conosco da anni e che mi attira per le sue qualità acustiche, per l’atmosfera e per il silenzio: il Chiostro di Voltorre, sul Lago di Varese. Ho registrato assieme a Luca Martegani, notevole ingegnere del suono e amico di vecchia data, con cui ho registrato tutti i miei cd. Luca ha un approccio minuzioso e minimale e spende molto tempo per ambientare il lavoro, scegliere le apparecchiature e collocare i microfoni e lo strumento nell’ambiente stesso. In questo disco ho impiegato due strumenti particolari: una chitarra a otto corde e una chitarra baritono. Sono molto attirato dall’elemento del timbro e utilizzo queste due chitarre al fine di amplificarne le potenzialità in questo senso. Era per me fondamentale rendere le caratteristiche di questi strumenti, che stanno diventando una parte fondamentale del mio linguaggio e del mio suono. Sono molto contento del risultato, ottenuto con l’uso di due microfoni e senza alcun artificio. Credo che per me questo cd sia un punto d’arrivo e, al contempo, punto di partenza per altre esperienze sonore».
Non un disco propriamente di jazz, ma un lavoro che guarda al jazz: come hai combinato la scrittura all’improvvisazione? E in base a quali valutazioni hai raggiunto il giusto equilibrio?
«Hai ragione, c’è molto jazz nella musica di Towner, anche se il termine “jazz” raduna esperienze musicali diversissime. In questo caso, ho strutturato quasi tutte le improvvisazioni mantenendo inalterate armonia e struttura ritmica dei temi, esattamente come fa Towner nelle sue performance, ma sviluppando in questo senso alcuni percorsi personali. Ho fatto ascoltare tutto a Ralph e, dopo numerose revisioni e correzioni, sono giunto al risultato descritto in questo disco. Ma ogni volta che eseguo i brani in concerto, le improvvisazioni – in quanto tali – possono essere ogni volta un po’ diverse; una sorta di work in progress».
Un’incisione di assoluta pulizia nella quale, sembra, ci sia un forte legame tra il ritmo di danza e la componente più intima della musica. Insomma, un ballo dell’anima: che ne pensi?
«Mi piace molto la tua definizione. Credo proprio che la musica di Towner sia un felice connubio tra un approccio estremamente poetico ed un senso del ritmo scorrevole e travolgente. C’è un senso di sospensione e di leggerezza nella sua musica, che trovo estremamente lineare, diretta, di grande equilibrio formale».
Quanto può aiutare, nel percorso creativo di un artista, un’etichetta come l’Abeat?
«Come è noto, le cose in ambito discografico stanno cambiando drasticamente grazie, soprattutto, a internet. La musica si fruisce sempre meno attraverso i cd e sempre più sul web, ora con l’ultima frontiera dello streaming, per cui viene “consumata” sottoscrivendo un abbonamento che regala l’accesso immediato a centinaia di migliaia di dischi. E’ difficile prevedere gli sviluppi di questa tendenza, ma credo che molte persone amino ancora l’oggetto fisico, il cd completo di libretto e con una veste grafica che lo renda riconoscibile. Abeat è una delle migliori etichette di jazz italiane e, grazie alla squisita disponibilità di Mario Caccia, abbiamo potuto creare insieme una nuova linea di nome “Aria”, meno votata al jazz nel senso stretto del termine ma aperta ad altre esperienze della contemporaneità. Il mio è il primo lavoro di questa collana. Grazie a Mario ho potuto operare in grande libertà, non solo nelle scelte musicali ma anche nel booklet del cd. L’ho impaginato io stesso grazie all’arte del pittore varesino e caro amico Aldo Ambrosini, che mi ha donato l’immagine di copertina. Ciò che distingue un cd da un insieme di files scaricati dal web è proprio la percezione di un progetto generale, dove diverse capacità convergono in un’unica direzione. E proprio per questo motivo credo sia più che mai importante, oggi, curare ogni aspetto del lavoro e affidarlo ad un’etichetta discografica che lo possa valorizzare nel migliore dei modi».
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