Viaggio nel paese di Babbo Natale

Una fabbrica di giochi nata dopo la guerra e che sopravvive nella memoria dei residenti fra Marzio e Boarezzo. Il genio di Arturo Valenza e le mani delle operaie che assemblavano "gli snodabili" che fecero sognare milioni di bambini

gioppini boarezzo marzioBabbo Natale arriverà di sicuro quest’anno, perché a luglio è nato Pietro, il più giovane dei residenti: venticinque sono le persone che vivono in questo borgo da favola abbarbicato sulle montagne dell’Alto Varesotto.
In molti a Boarezzo, frazione di Valganna, si ricordano di quando il vecchio signore con la barba e i pomelli rossi ci veniva per davvero: forse anche con le renne e la neve, che da queste parti è di casa, e ci arrivava per fare scorta di migliaia di gichini in legno snodabili che a partire dagli anni ’50 e per si successivi 30, partivano da qui per depositarsi sotto gli alberi di tutto il mondo, impacchettati e infiocchettati come ogni regalo che si rispetti.
Avevano la forma di animali, di spazzacamino, di elefantini e di Pinocchio e vennero realizzati da un uomo geniale, amato e conosciuto da queste parti, perché diede lavoro a diverse famiglie, regalando a moltissimi bimbi di lingue diverse la stessa emozione che si prova quando, con un semplice tocco delle dita di mamma o di papà, quel piccolo oggetto diventa come vivo. Computer e internet ancora non c’erano: ricorda bene quei tempi Ada di Boarezzo, oggi novantenne, che assieme alla sorella era un punto cardine per la costruzione di questi giochi nati da dita minute che davano precisione alle donne di queste parti. «Ricordo del signor Arturo, che da Marzio arrivava e ci portava le teste degli snodabili da dipingere…».

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Dove nascevano gli Snodabili 4 di 10

gioppini boarezzo marzioLE ORIGINI, LA GUERRA E IL GENIO – Questa storia parte dalla guerra. Arturo Valenza arrivò a Marzio all’età di 8 anni: qui viveva coi suoi genitori che ai tempi – erano gli anni ’30 – gestivano il grand Hotel del paese. Poi il fascismo, la guerra, le armi. E l’8 settembre. Valenza era in grigioverde quando l’armistizio lo colse impreparato, come per migliaia di altri soldati italiani: che fare? La soluzione stava dietro alla montagna, in quella spianata che proprio da Marzio, guardando verso il basso, apre lo sguardo in direzione di Agno: la è la Svizzera, un posto sicuro dove riparare. Per tanti italiani la vita non era facile, nei campi per internati. C’era chi profittava per scrivere diari, e portarsi in testa canovacci di futuri capolavori letterari: uno di questi fu Piero Chiara. E c’era chi, per passare il tempo inventava, progettava, anche col pensiero. Valenza aveva un genio tale da essere apprezzato anche in ambienti altolocati. Come il caso di Marie José di Savoia, ultima regina d’Italia e consorte di Umberto II di Savoia. Fu proprio la regina di maggio a commissionargli la realizzazione di un modellino navale, una volta finita la guerra e nel breve periodo prima della repubblica. «Al ritorno in Italia Arturo era pieno di idee». La moglie Gabriella, milanese, parla dal salotto della sua villa Liberty a Marzio: data di costruzione 1903. Stufa accesa, neve nel giardino, 13 stanze a fare da corollario a questo piccolo mondo antico. In questa casa al tavolo c’è anche il figlio Alessandro, esperto internazionale di orchidee che ha ricavato nei sotterranei addirittura due serre tropicali dove accudire le sue creature con foglie e fiori. Gabriella parla del “suo” Arturo, che sembra essere lì con lei mentre racconta la storia degli “snodabili”, piccoli oggetti di artigianato che sotto al basamento hanno un congegno che li mette in vita ogni volta che viene sollecitato. Basta un dito, il pollice: un pizzico di forza , e via! Il pompiere fa un colpo d’anca e compie il gesto di spegnere l’incendio, oppure l’elefantino prende vita e la mucca accenna un passo.
«Mio marito era un genio – racconta – . E al rientro dalla Svizzera si mise in mente di realizzare un oggetto nuovo. Disegnò i modelli. Progettò da solo le macchine che avevano il pregio di realizzare pezzi di grande precisione come i fori nel legno di una sezione piccolissima: 0,85 millimetri attraverso i quali far passare il filo da pesca in nylon che costituiva la spina dorsale dell’oggetto: sebbene fosse inanimato, questo marchingegno permetteva di renderelo vivo». La “creazione” che diventa creatura, per un attimo, verrebbe da pensare.

gioppini boarezzo marzioGLI SNODABILI ALLA CONQUISTA DEL MONDO – Così, i primi snodabili vennero realizzati a mano. «Vado a venderli a Milano, mi disse un giorno mio marito. Scese in città e si diresse in Duomo, dove sotto la galleria stazionavano in quegli anni diversi venditori: lotterie, castagne, tartufi, ambulanti: ad uno di questi propose di provare a vendere qualche snodabile, che io ribattezzai “babaccini”. Dopo una settimana l’esercente gliene chiese 500. E poi ancora. E ancora. L’idea di realizzare questi giochi per bambini prese il largo e divenne una vera e propria azienda artigiana con una quindicina di dipendenti, quasi tutti a Marzio e nei paesi vicini. Realizzammo un laboratorio a Induno Olona, nella zona dove oggi c’è il supermercato. Parte del lavoro era in serie, con macchinari speciali, ma ogni pezzo veniva dipinto e rifinito a mano».
Dita svelte, tocchi precisi e materiali di qualità fecero di questa impresa – la “Siltoys” – un’azienda conosciuta in tutto il mondo. Il mercato crebbe velocemente a tal punto che dopo l’apertura della fabbrica a Induno, nel 1961, gli acquirenti stranieri aumentarono vertiginosamente la richiesta di questi prodotti: la Germania soprattutto ne arrivò ad ordinare fino ad un milione di pezzi l’anno. Nei paesi nordici gli snodabili divennero una moda, e addirittura la compagnia aerea Swissair li utilizzò come mascotte. Al museo d’arte moderna e contemporanea di San Francisco è esposta una copia del Pinocchio. Un’impresa così importante che condizionò l’humus culturale milanese: Valenza era conosciuto in molti ambienti della città. Viaggiava e portava nuove idee dagli Usa come una trottola in plastica in grado di capovolgersi dopo essere stata “accesa”: la rifece in legno. Serate e cene, ragionamenti e incontri: qui era di casa Carlo Basso, inventore di un marchio che a Milano e altrove ancora oggi è sinonimo di un’infanzia di giochi in legno, manuali di ingegno, intelligenza, stile: “La Città del sole“.
La crescente domanda decretò la necessità di aumentare la produzione, dando da rifinire fuori dall’azienda diversi pezzi: l’assemblaggio, soprattutto le colorazioni e de decorazioni: tutte lavorazioni che necessitavano un’alta specializzazione nonché rapidità di esecuzione.
«Un’operaio ben addestrato riusciva ad assembrale 200 snodabili al giorno, e non era uno scherzo» ricorda Gabriella Valenza; anche lei partecipava alla decorazione, producendo pezzi a loro modo unici: «I miei si riconoscono, perché quando ero arrabbiata li dipingevo con gli occhi storti!»
L’azienda però si scoprì vulnerabile proprio nella sua virtù: il prodotto artigianale ha un punto debole e si chiama costo del lavoro, che diventa insostenibile nel corso degli anni ’70 e decreta la chiusura dello stabilimento nei primi anni del decennio successivo. Venne mantenuto un piccolissimo laboratorio a Bedero Valcuvia, ma il grosso della fabbrica non c’è più.

gioppini boarezzo marzioIL PAESE DI BABBO NATALE – Curteséla è una piccola corte a due passi dalla chiesa di Boarezzo. Ada ci aspetta della cucina cha fa anche da salotto alla sua casa qui sui monti: il fuoco acceso, tavolo, credenza, divano e gli occhi verdi da ragazzina spalancati sui suoi 90 anni: «Ma non sono la più vecchia del paese, la Margherita ha un anno in più, lei è del ’22». Ada Chini – cognome storico e nobile di queste parti – racconta dei soldatini e di cosa rappresentavano per questo centro e per gli altri paesini della zona, dove c’era chi arrotondava lo stipendio, ma anche chi ci campava. «Mia sorella Virginia, che oggi non c’è più, ha lavorato per il signor Valenza per una ventina d’anni. Ricordo bene quel periodo, era dopo la guerra» racconta guardando fuori dalla sua finestra che dà sulle oramai rovine del grand Hotel Piambello. «In quegli anni io lavoravo alla filatura di Curnardo. Partivo al mattino a piedi e scendevo fino a Ghirla, arrivavo allo stabilimento e lavoravo sino al pomeriggio, per fare rientro a casa. Che salita. E che fatica».
E la strada è dura, per arrivare a Boarezzo: con l’auto dal fondovalle ci si mettono 10 minuti. Ma, scalata la sua montagna, la giornata di Ada non era finita. Arrivata a casa, stanca, le sia apriva un mondo profumato di colori speciali. Occhi tutti uguali appuntati su legno pregiato la guardavano, fissati da resine brillanti che si depositavano sulle testine delle piccole figure colorate da Virginia. gioppini boarezzo marzio«Le davo una mano – racconta – . Sebbene dopo una giornata di lavoro fossi esausta. Noi eravamo le addette a dipingere le teste, soprattutto delle giraffe, ma anche di gatti e di cani. Una volta colorate le piccole statuine venivano lasciate ad asciugare su supporti in legno. Qualche giorno dopo l’Arturo ripassava in macchina a prendere i pezzi finiti e ce ne portava di nuovi». A casa Chini si colorava. Ma nel resto del paese veniva distribuito il lavoro per le altre parti degli snodabili: la colorazione del corpo, l’assemblaggio col nylon, e la composizione di tutte le altre parti di cui questi giocattoli di artigianato sono composti. Arturo Valenza passava a ritirare e a portare i semilavorati anche con la neve, anche d’inverno, quando il lavoro si faceva intenso: poche distrazioni quassù, la radio accesa con le canzonette anni 60 e fuori un freddo da battere i denti.
«Poi verso la metà degli anni ’70 il lavoro andò calando e finì l’epoca dei gioppini (da queste parti li chiamano anche così nda)» ricorda Ada. «Io nel 1978 andai in pensione, e con me se ne andarono anche le bacchette in legno che servivano per far asciugare le testine di animale: ora son finite in soffitta, o nel camino, o chissà dove altro ancora».
gioppini boarezzo marzioCome accadde per Ada e per Virginia, molte famiglie rimasero senza questo lavoro. Un piccolo tassello che cominciava a far mancare a questa comunità una ragion d’essere. Sempre meno i servizi: molti, specie con bimbi e famiglia scelsero il fondovalle per trovare casa. Chiuse l’unico negozio di alimentari.
Oggi arriva un panettiere una volta la settimana, e un carretto di frutta si spinge fin quassù così da permettere ai 25 residenti del paesino di fare rifornimento: molti di loro sono anziani e non hanno modo di muoversi. C’è un ristorante, un panorama mozzafiato ma nient’altro. «Ma mi trovo bene. Questo è il paese dove sono nata. E amo le mie scomodità», conclude Ada fra le campane che la avvisano che è quasi ora di andare a messa.
L’unica certezza è che Babbo Natale, nonostante gli anni, il freddo e la neve, si ricorderà la strada di Boarezzo per fare visita al piccolo Pietro che lo aspetterà nella sua culla, al caldo, nato dove una volta nascevano gli snodabili.

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Pubblicato il 24 dicembre 2013
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