Ely, dal sogno sostenibile al concordato in bianco

Con diciotto lavoratori in cassa integrazione, fornitori che chiedono di essere pagati, centrali costruite ma spente, un nuovo progetto commerciale che non decolla sembra ad un bivio il destino dell'impero di Massimiliano Cagelli

Avrebbe dovuto essere il faro dell’innovazione in campo energetico, grazie a centrali a biomassa che avrebbero fornito energia e calore dalla pirolisi o da altre tecnologie per la combustione a basso impatto. Avrebbe dovuto assumere personale, solo a Solbiate Olona, dove ha stabilito il suo quartier generale, si parlava di un obiettivo di 100 dipendenti. Se tutto fosse andato per il meglio, la Ely Spa di Solbiate Olona sarebbe stato l’esatto esempio di come le energie rinnovabili possono essere un volano per l’economia ma così non è stato e oggi la crisi è evidente. Solare, biomasse, riciclo, pellet: questo doveva essere il collante tra tutte le aziende dell’impero di Massimiliano Cagelli che però oggi si sta lentamente sgretolando. Le numerose acquisizioni aziendali – progetti da decine di milioni di euro – che avrebbero dovuto portare nuove spinte all’attività della Ely stanno rivelando numerosi problemi in quasi tutti gli stabilimenti più grandi del gruppo: Solbiate Olona, Gorizia, Cremona, Santa Luce e Coranna. 

LA CRISI – Se da un lato sono 18 i lavoratori che stanno rischiando di perdere il loro posto di lavoro nella sede centrale del gruppo a Solbiate, molti di più sono quelli delle altre società collegate al gruppo ma in tutti questi casi la crisi economica non c’entra. La Ennova srl di Gorzia, un’azienda che da due anni avrebbe dovuto produrre energia elettrica e calore da utilizzare per il teleriscaldamento attraverso le biomasse, non è mai decollata e nei giorni scorsi i lavoratori, senza stipendio da tre mesi, hanno manifestato davanti ai cancelli dell’azienda (nella foto il sit in, ndr).

La Ely Bio srl di Cremona è finita lo scorso ottobre sotto gli occhi della magistratura per alcune norme in materia di tutela ambientale non rispettate e, sulla base di una diffida provinciale del 10 aprile 2014, ancora oggi permangono i problemi. L’impianto di cogenerazione di Santa Luce, nelle campagne toscane, risulterebbe fermo da mesi con un solo lavoratore impiegato mentre sono ben 35 i lavoratori dell’Italiana Pellet di Corana (Voghera) che da mesi non producono più nulla e che rischiano concretamente di perdere il loro posto di lavoro.
LE SOCIETA’ – Sulla carta, il progetto ideato da Massimiliano Cagelli, era perfetto: creare un sistema di aziende i cui scarti sarebbero stati la materia prima di altre aziende. E’ proprio così che sarebbe nata l’idea di Terra Agricola, l’ultima società creata all’interno del gruppo. Sfruttando uno dei prodotti di scarto delle centrali a biomasse, una cenere nota con il nome biochar, si puntava a creare concimi e terricci naturali. Un piano perfetto, con anche l’avvio di una vendita on line, che però quando è diventato realtà ha palesato tutti i suoi limiti.

TERRA AGRICOLA – In primo luogo gli ostacoli a Terra Agricola sono stati burocratici. 

L’Italia, non avendo recepito ancora alcune direttive europee, classifica ancora il biochar come un rifiuto e quindi le lavorazioni, le modalità di trasporto e quelle di stoccaggio sono ancora particolarmente onerose. Per realizzare i prodotti è stata poi costruita una linea di produzione da diverse centinaia di migliaia di euro all’interno della sede di Solbiate Olona. E’ stato aperto un punto vendita, avviata una massiccia campagna pubblicitaria e molti prodotti sono stati distribuiti gratuitamente in occasione del festival "Echi della Valle". Ma gli impianti fermi e che potrebbero non ripartire più rischiano di azzoppare sul nascere la neonata Terra Agricola che dovrebbe farsi carico delle sorti dell’intero gruppo i cui debiti, per la sola Ely Spa, ammonterebbero a 14 milioni. Molti dipendenti sono stati infatti spostati dalle società in crisi a questa, altri sono stati assunti da zero e così Terra Agricola oggi conta quasi una ventina di dipendenti. Tanti, così come sono tante le responsabilità delle quali dovrà farsi carico per uscire da questa impasse e come sono tanti gli ordini che dovranno arrivare per rendere sostenibile il progetto. Ma non sarà facile. Uno tra i prodotti più economici in vendita, una scatola contenente terriccio, un barattolo di latta e una bustina di semi (come quella nella foto, ndr) costa infatti 9,90 euro. Sfondare sul mercato non sarà certo facile. Nei prossimi mesi si capirà se questo progetto sarà in grado di sbocciare ma in molti temono che il destino dell’azienda sia segnato.

Redazione VareseNews
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Pubblicato il 09 Maggio 2014
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