Le banche hanno liquidità ma le imprese restano a bocca asciutta

Lo evidenzia il Tavolo del credito dell'Unione degli industriali. La nostra provincia con 20,94 miliardi di euro di impieghi totali (imprese più famiglie) è al terz'ultimo posto in Lombardia. A Brescia il rapporto tra impieghi e depositi è il doppio di Varese

Nella classifica del rapporto tra impieghi e depositi la provincia di Varese si piazza in fondo alla classifica lombarda. Terz’ultima, in zona retrocessione. Il dato è emerso durante il Tavolo del Credito convocato dall’Unione degli Industriali della Provincia di Varese. Da una parte i vertici dell’associazione datoriale, dall’altra quelli delle 15 tra le più importanti banche presenti sul territorio. Un confronto partito dall’analisi di alcuni dati presi dalla Banca d’Italia. Come quello, appunto, degli impieghi totali (imprese e famiglie) che nel Varesotto sono fermi a quota 20,94 miliardi, in linea, più o meno con il dato di aprile 2013, quando il valore era di 21,15 miliardi. Durante lo stesso periodo, però, i depositi sul territorio sono, seppur leggermente, aumentati, passati dai 17,1 miliardi di aprile 2013 agli attuali 17,4 miliardi. Risultato: Varese ha attualmente un rapporto impieghi depositi pari a 1,20. Uno dei dati peggiori in Lombardia. Peggio fanno solo Pavia e Sondrio con un rapporto di 1,13. Prima in classifica è, invece, Brescia con un rapporto di 2,12, quasi il doppio di Varese, dunque. Un dato ingiustificato se si guarda invece alla percentuale delle sofferenze sugli impieghi, che misura la capacità di imprese e famiglie di onorare i propri impegni e, quindi, di restituire i soldi prestati. In quest’altra classifica, infatti, Varese con una percentuale dell’8,1% fa meglio della stessa Brescia (8,3%) e di Bergamo (8,8%), che invece vengono maggiormente premiate dal sistema bancario nell’impiego delle risorse. Da qui la domanda posta dal Presidente dell’Unione Industriali, Giovanni Brugnoli, ai rappresentanti delle banche: «Perché a Brescia il rapporto impieghi/depositi è doppio rispetto al nostro pur in presenza di una ratio sofferenze/impieghi maggiore?». 
Per quanto riguarda, invece, il trend dell’accesso ai finanziamenti da parte del sistema produttivo varesino la fotografia è stata scattata dall’Indagine sul Credito relativa al secondo trimestre 2014, svolta dall’Unione Industriali su un campione di imprese associate. Un primo dato emerso è quello di un calo dei tassi di interesse. Quelli medi registrati sugli smobilizzi salvo buon fine e anticipo fatture si sono assestati al 3,29% (contro il 3,63% della rilevazione precedente), quelli per anticipi export sono scesi al 3,22% (prima erano al 3,44%), quelli per anticipi import sono al 3,64% (prima erano al 3,66%). Unico tasso medio in aumento è quello relativo ai fidi di cassa sul conto corrente arrivati al 7,64% (prima il dato era del 7,11%).
«Il problema, però, è che rimane comunque elevato lo scarto con l’Euribor (che è oggi praticamente zero) e gli spread», spiega Brugnoli che aggiunge: «Inoltre anche se stanno diminuendo i tassi sembra essere partita una sorta di compensazione data da un aumento delle segnalazioni che rileviamo nelle imprese sul fronte dell’innalzamento delle commissioni».
Un trend rialzista dichiarato dal 38% del campione, contro il 24% della rilevazione precedente. A testimoniarlo è anche il valore medio della Commissione Disponibilità Fondi applicata dalle banche sul territorio varesino, passata dallo 0,22% dell’Indagine precedente, allo 0,25% registrata a giugno.
Tra le imprese che segnalano restrizioni del credito il 31% dichiara una negazione di nuovi affidamenti da parte della banca, il 62% una riduzione dei fidi in essere, mentre il 7% una richiesta di rientro su fidi già concessi.
Rimangono poi i dati che fotografano ancora una difficoltà di dialogo tra banca e impresa. Il 91% del campione, infatti, dichiara di non aver ricevuto dalla propria banca indicazioni su come migliorare la valutazione della situazione finanziaria per evitare rifiuti, riduzioni o rientri dai fidi. Sempre alta, inoltre la percentuale, pari al 53%, di aziende alle quali le banche non forniscono nemmeno il rating che viene loro assegnato. “Un dato in diminuzione – riconosce il Presidente dell’Unione Industriali – ma ancora troppo alto. Non si capisce perché non si riesca ad arrivare ad una maggiore trasparenza”.
Le conclusioni di Giovanni Brugnoli di fronte a questi numeri? «La situazione è molto difficile, per tutti. Eppure la liquidità non manca, non è un bene di cui rileviamo la scarsità nel sistema creditizio. Il problema è che non sta arrivando con il giusto flusso alle imprese nel loro complesso. È vero, infatti, che le realtà con i rating migliori hanno accesso a risorse, anche importanti, e a costi decrescenti, ma la vera sfida è quella di far arrivare risorse fresche alla maggior parte delle aziende: quella che potremmo definire ‘la classe media’ del sistema produttivo. Attenzione, non parlo di regalare soldi a chi non ha merito creditizio. Parlo di aziende, comunque, sane e che hanno ancora capacità di sviluppo a volte inespresso».
Sul punto il presidente degli industriali varesini vuole essere chiaro: «Il mondo imprenditoriale è fatto anche di aziende ‘normali’, di imprese, cioè, che procedono con regolarità, effettuando produzioni anche di livello. Molte di queste realtà, pur con fatturati in aumento, però si scontrano con la difficoltà di trovare un istituto finanziatore della crescita. È un ambito di particolare attenzione, e sul quale vogliamo richiamare la sensibilità del mondo creditizio perché ci rendiamo conto che sia più facile e meno oneroso, dati i vincoli di assorbimento patrimoniale degli accordi di Basilea, operare con chi sta bene. Ma non dobbiamo dimenticare quelle realtà che operano, crescono e contribuiscono al pil con sacrifici e che, spesso, non richiedono credito bancario perché ormai vinte dallo sconforto. Sono troppe e in aumento le imprese che per la rassegnazione affermano: ‘Tanto so già che mi dicono di no’. Ed anche in questo sta la risposta a chi dice che c’è scarsa domanda di credito. Non perché non ce ne sia bisogno. Non perché non si investa. Il problema, anche nel credito, sta nella crisi di fiducia».

Redazione VareseNews
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Pubblicato il 22 Ottobre 2014
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