L’acciaio in Europa? “Si salva solo con regole condivise”

L’assemblea nazionale dell’acciaio è in corso all’interno della Pomini di Castellanza e tra Ilva e Thyssen Krupp il futuro è incerto: “Dobbiamo darci regole insieme e avere il coraggio di avviare un programma di riduzione della produzione"

E’ uno strano scherzo del destino quello che ha fatto coincidere l’inizio dell’Italy Steel Forum 2014 con l’avvio delle procedure di licenziamento di 550 operai da parte della Thyssen Krupp. Così, se nella sala conferenze della Pomini Tenova di Castellanza amministratori e rappresentanti provenienti da mezzo mondo hanno iniziato a discutere quale sia il futuro del settore, dalle Acciaierie Speciali di Terni sono partite le lettere di licenziamento. «Quello che sta sucedendo con Terni e all’Ilva di Taranto può essere solo l’incipit di una crisi ben più grave», esordisce Gianfelice Rocca, presidente di Assolombarda. Secondo Rocca «salute e sicurezza sono le sfide più importanti che dobbiamo affrontare oggi» anche perchè «ormai gli impianti sono inseriti in contesti altamente urbanizzati». Ma per farlo bisogna fare i conti con la competitività di un mondo sempre più aggressivo e «proprio per questo dobbiamo sforzarci di darci regole condivise, non solo a livello europeo ma anche mondiale». Per il presidente di Assolombarda «darsi standard condivisi non è certo protezionismo» ma è un modo, l’unico modo «per garantire la qualità e la sicurezza a tutto il mondo». 

Una strada da percorrere a tutti i costi se si considera che il settore dell’acciaio in Italia dà lavoro a 70.000 persone e rappresenta il 2% del Pil del paese. E oggi non è che si navighi in acque tranquille. «Se il volume della produzione nel 2007 era di 33 milioni di tonnellate all’anno -spiega Antonio Gozzi, presidente di FederAcciai- oggi ne abbiamo persi almeno 7 milioni» e questo comporta un grandissimo problema, ma non c’entra solo la crisi. «In Europa abbiamo un eccesso di capacità produttiva tra i 40 e i 60 milioni di tonnellate -continua Gozzi- e se non si troverà il coraggio di una politica di riduzione della capacità produttiva questa avverrà spontaneamente». Inutile dire che in molti pensano che il primo agnello sacrificale potrebbe essere proprio l’Ilva di Taranto.

Redazione VareseNews
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Pubblicato il 09 Ottobre 2014
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