Le pietre raccontano gli avi del Verbannus

Una favola per bambini, tratta dal volume "Gli dei degli altri", scelta per gli auguri natalizi del Museo Archeologico di Angera

pietre angera

C’era una volta, e per fortuna c’è ancora,

un bellissimo luogo incantato, uno specchio di lago lucente su cui si affacciano antichi paesi, boschi e canneti, una strada d’acqua che unisce il Nord al Sud, un luogo che da millenni invita a fermarsi per cercare fortuna o semplicemente per trovare un poco di riposo durante il lungo viaggio della vita.

Quel lago fu chiamato Verbannus, ma ora noi lo chiamiamo Maggiore.

Le pietre del lago raccontano tante storie, storie tanto belle che le hanno messe nei musei!

Una pietra racconta infatti la storia di un ragazzo si nome Dervix, che visse millenni or sono e che aveva un incredibile talento nel trovare l’ambra nelle terre fredde del Nord. Un giorno gli dissero che i popoli che abitavano presso il mare caldo, amavano molto quella pietra color del sole e che gli avrebbero dato tanto bronzo pur di avere le sue gocce più grandi. Appena compì 16 anni Dervix si decise, salutò i suoi genitori e si mise in viaggio verso Sud. Fu un viaggio duro e faticoso, pieno di pericoli, ma ogni volta che aveva paura, Dervix invocava il dio Taranis, confidando nel suo aiuto. Finalmente raggiunse le alte montagne, le attraversò e giunse nelle terre della grande pianura, dove lungo il fiume Eridano lavoravano mercanti pronti a tutto pur di acquistare un po’ d’ambra. Artigiani esperti la usavano per farne splendidi gioielli, che rivendevano a caro prezzo in tutto il mondo conosciuto. Dervix fece fortuna presso il nostro lago lucente, si comprò un pezzo di terra da coltivare, costruì una casa, sposò una fanciulla del posto e visse felice e contento per il resto del tempo che gli fu concesso.

Un’altra pietra narra che alcuni secoli dopo una sua discendente, chiamata Nealia, si innamorò di un tale di nome Ennius, un uomo che aveva a lungo viaggiato, era stato addirittura in Egitto e aveva visto le piramidi e la grande Sfinge. Costui aveva il fascino di chi sa narrare di mondi lontani e intorno ai trent’anni era giunto ad abitare sul Verbannus, portando nel cuore la fiducia in una dea che nessuno sul lago conosceva, la dea Iside, signora del cielo che governa le terre; a lei elevò addirittura un tempio, ma di esso non c’è più traccia e sicuramente l’avremmo dimenticato, ma per fortuna conosciamo l’altare che narra la sua storia.

Un’altra pietra ci racconta le peripezie di una certa Dokimia, che era nata in un’isola lontana, in mezzo al mare dei Greci dai molti miti. Aveva viaggiato a lungo ed era giunta sul Lago lucente. Dokimia era espertissima nell’arte di far nascere i bambini e conosceva tutte le erbe curative che madre natura ha donato agli uomini. L’ultima fata del lago era molto anziana e stava per morire, gli abitanti pregarono allora Dokimia di restare per aiutare le madri e per predire il fato dei loro bimbi. La donna scoprì piante eccellenti e una grotta magica e decise di restare sul lago incantato, a patto che tutti la aiutassero ad onorare le tre dee, a cui sempre si affidava, come le avevano insegnato le donne del suo Paese. Gli abitanti del lago accettarono volentieri, perché anche loro onoravano tre dee del tutto simili, le chiamavano Matronae, e insieme decisero di festeggiare spesso le madri e la vita danzando la danza delle mani allacciate.

Un’altra pietra narra di una certa Ashera, nata nelle terre lontane in cui sorge il sole caldo dei grandi fiumi. Ashera, pur avendo perso il dono della vista, riuscì a giungere al nostro lago lucente vendendo profumi esotici e irresistibili in boccette di vetro azzurro. Oltre ad essere una brava profumiera, era una donna molto saggia, sapeva riconoscere i talenti e i problemi usando solo l’olfatto. Lei venerava la Grande Madre Cibele, spesso la pregava e confidava nel suo aiuto benevolo; quando gli abitanti del Verbannus conobbero la dea decisero di rivolgere preghiere anche a lei e sul lago si formarono gruppi di sacerdoti del pino sacro della dea. Il loro nome è scritto su una pietra che ci racconta anche di un altro dio, un certo Mitra, dio dell’alleanza e del sole. Un uomo di nome Leiandros venerava infatti il dio Mitra, e lo portò con sé dal vicino Oriente quando giunse sul lago lucente. Leiandros diceva che chi credeva in lui sarebbe rinato dopo la morte, come la luce che torna al mattino anche dopo la notte più buia.

Una pietra trovata nella chiesa di Angera ci racconta poi una storia molto originale, è una storia scritta in greco e narra di un certo Maraotes. Costui era nato nella lontana Siria, vicino ad una antica città di nome Apamea, per essere precisi in un villaggio di nome Kaprotabis. Nelle sue terre molti da secoli attendevano la venuta del Messia e usavano candelabri a sette braccia, alcuni credevano che fosse già giunto e Maraotes aveva conosciuto le parole di un uomo che alcuni dicevano fosse figlio di Dio e che si chiamava Gesù Cristo. Quelle parole gli piacquero molto, in particolare quelle in cui diceva chi sono i veri beati e quando diceva ‘Beati gli operatori di pace, perché saranno chiamati figli di Dio’. Maraotes decise di affidarsi a Gesù e a sua madre Maria e si mise in viaggio in cerca di fortuna. Giunse sul lago 1500 anni fa, si integrò presto perché la gente del lago era molto accogliente e lui era un uomo buono e giusto. Visse una vita felice in un villaggio di nome Statio, dove raccontò a tanti la vita, la morte e le parole di Cristo e molti lo ascoltarono e lo chiamarono padre, quando fu molto anziano volle che sulla sua bella tomba fosse scritto sulla pietra: Io riposo in pace, sono nato a Kaprotabis, Maria mi protegga.

Un’altra pietra, o meglio un muro di Castelseprio, racconta poi di quando Maria partorì il piccolo Gesù e di come le donne che le erano vicine durante il parto lo abbiano lavato con cura. È una storia dipinta in un modo particolare e se il muro potesse parlare probabilmente ci direbbe che il pittore proveniva, anche lui, da un Paese lontano.

Le nostre pietre ci raccontano che in passato tanti Uomini e tante Donne vennero a vivere sul Lago Maggiore e che costoro trovarono qui una amichevole accoglienza, tanto da condividere gioie e dolori, paure, speranze e religioni. Tocca a noi oggi ricordarci sempre che nella vita a tutti può capitare di aver bisogno di aiuto e che una amichevole accoglienza genera sempre comunità prospere e serene, come quella del lago lucente.


 

Anche quest’anno si è chiuso all’insegna di grandi soddisfazioni per il Museo Archeologico di Angera. Il progetto di ricerca triennale dal titolo IL MUSEO E GLI ALTRI, Culti, costumi e alfabeti non latini della Lombardia romana, che quest’anno ha avuto per argomento GLI DEI DEGLI ALTRI, ha ottenuto importanti riconoscimenti internazionali e finanziamenti di Regione Lombardia. L’impegno degli studiosi coinvolti è stato premiato con la pubblicazione degli atti delle conferenze che si sono svolte durante l’anno. Il libro è stato realizzato in stretta collaborazione con la Soprintendenza Archeologia, Belle Arti e Paesaggio per la provincia di Varese e verrà presentato all’inizio del 2017 a Milano e ad Angera.
La pubblicazione è stata curata da Filippo Maria Gambari, già Soprintendente per l’Archeologia della Lombardia, e Cristina Miedico, Direttrice del Museo Archeologico di Angera.
‘E’ stato un lavoro estremamente impegnativo – spiega Cristina Miedico, Direttrice del Museo – e tutti i ricercatori hanno contribuito con entusiasmo per mostrare quanto il nostro territorio fosse in antico tutt’altro che chiuso entro i propri confini, ma sia stato al contrario attraversato per millenni da persone di varia provenienza: ad Angera avevamo un tempio di Iside e venivano venerate divinità orientali come Cibele o Mitra, il primo cristiano angerese di cui conosciamo il nome era inoltre nato in Siria più di 1500 anni fa. La storia insegna e la storia di Angera e di tutto il nostro territorio è fatta di incontri, accoglienza e scambi culturali e commerciali con tutto il Mediterraneo e oltre, scambi che hanno contribuito alla crescita e allo sviluppo della nostra Regione e che sono alle radici di ciò che siamo oggi’.
In conclusione del volume compare anche la favola pubblicata in questo articolo, per spiegare ai bambini del MABA, Museo Archeologico dei Bambini – Angera, quali furono le principali divinità non latine venerate nel nostro territorio in modo che grandi e piccini possano condividere la storia locale. La Direttrice ha inserito la favola negli auguri di Natale del Museo e ci ha autorizzato a diffonderla, con il messaggio di amicizia e apertura al Mondo che porta con sè.

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Pubblicato il 28 dicembre 2016
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