Ipotermia e congelamento: cosa fare per prevenire o curare

L'ospedale di Circolo è un centri regionali di riferimento per il trattamento del paziente ipotermico accidentale. Il dottor Festi spiega come si interviene in caso di emergenza

ipotermia

Il freddo, si sa, può provocare danni molto gravi. Ipotermia e principio di congelamento sono condizioni che vanno trattate con professionalità e competenza.

L’ospedale di Circolo di Varese è uno dei Centri regionali di riferimento per il trattamento del paziente ipotermico accidentale.
Istituito quattro anni fa, il Centro è diretto dal Dott. Luigi Festi in collaborazione con il Prof. Cesare Beghi, Direttore della CardioChirurgia.

Il dottor Festi è un chirurgo che negli anni si è specializzato in Medicina di Montagna ed è anche ideatore e direttore didattico del Master Internazionale in Mountain Medicine dell’Università dell’Insubria e Presidente della Commissione Medica Centrale del Club Alpino Italiano.

COS’E’ L’IPOTERMIA

«Tutti noi in questi giorni – spiega il direttore del centro –  ci copriamo e cerchiamo riparo dal freddo in ambiente caldo. In montagna, durante le escursioni, ma anche nelle nostre città, in condizioni di degrado o povertà, può capitare che non ci siano le condizioni per riscaldarci adeguatamente: in questi casi compare l’ipotermia, ovvero l’incapacità di contrastare un abbassamento generalizzato della temperatura corporea, ricorrendo o aiutando i processi fisiologici di adattamento, il più conosciuto dei quali è il brivido. Quando l’azione del freddo si localizza invece su ben definite parti del corpo umano, mani, piedi, viso, si parla di congelamento».

Precisamente, si raggiunge uno stato di ipotermia quando la temperatura corporea, normalmente a 37 gradi  scende sotto i 35 gradi. Questo fenomeno è favorito ovviamente dalle condizioni ambientali, da una insufficiente protezione con adeguato abbigliamento, dalla presenza del vento, da condizioni di denutrizione, di malattia, dalla presenza di umidità, dall’assunzione di alcool o droghe.

«L’ipotermia – continua Festi – è spesso sottovalutata: basti pensare che può presentarsi in alcune condizioni, di notte o in presenza di eventi metereologici estremi, anche nel periodo estivo. Per valutare l’entità dell’ipotermia si ricorre alla tabella stilata 20 anni fa dallo svizzero Bruno Durrer, che individua 4 stadi di ipotermia».

COME PREVENIRE L’IPOTERMIA

 Il Dott. Festi precisa che il primo presidio per evitare la comparsa di ipotermia, che al grado 3 e 4 della classificazione può essere mortale, è quello di affrontare l’ambiente freddo in buone condizioni di salute ed adeguatamente equipaggiati.

«Ormai i moderni materiali che caratterizzano l’abbigliamento dedicato alla montagna, – spiega – consentono una vestizione cosiddetta a cipolla, quindi composta da più strati: sono necessari pochi strati traspiranti durante l’attività fisica, così che il sudore non ristagni sulla pelle, aumentando il pericolo di ipotermia quando ci si ferma. Servono invece più strati quando ci si ferma e durante il riposo, dal momento che la presenza di aria tra strato e strato agisce come isolante, aiutando a mantenere la fisiologica temperatura corporea».

«È importante poi evitare per quanto possibile l’esposizione al vento e all’acqua e l’assunzione di alcol e droghe che provocano vasodilatazione periferica, aumentano la dispersione del calore. È invece utile muoversi per produrre calore, massaggiare le parti a rischio, mani e piedi, se possibile nutrirsi con alimenti ipercalorici, assumere liquidi caldi».

Soprattutto, però, bisogna evitare di farsi sorprendere senza un equipaggiamento adeguato dal repentino cambiamento delle condizioni ambientali.

«Per evitare l’ipotermia è fondamentale pensarci. Sì, perché l’ipotermia è uno stato subdolo, che si insinua lentamente e di cui spesso non si ha la consapevolezza. I sintomi sono infatti piuttosto comuni, dai brividi ad uno stato di incoscienza sempre più accentuato. Anzi, con il peggiorare della situazione l’ipotermia comporta uno stato di euforia e semi-incoscienza».

 COME GESTIRE L’IPOTERMIA

Ecco, quindi, di seguito, le procedure che possono essere intraprese negli stadi più precoci e che sono alla portata di tutti: 

  • Stadio 1:  il paziente è cosciente, ma avverte dei brividi e l’ipotermia è presumibile in relazione alle condizioni ambientali. È necessario proteggerlo da ulteriore raffreddamento portandolo il prima possibile al riparo da vento e freddo, somministrargli bevande calde e iperglicemiche, sostituire indumenti bagnati con altri asciutti.
  • Stadio 2: il paziente non ha più brividi ma il suo stato di coscienza tende a peggiorare: appare soporoso, in condizioni ambientali che fanno presumere l’ipotermia. Bisogna proteggerlo da ulteriore raffreddamento, appoggiare sacchetti termici sul busto, muoverlo con estrema cautela per evitare l’arresto cardiaco da recupero (il movimento del corpo attivo e passivo provoca un rimescolamento del sangue che dalla periferia fredda può arrivare al cuore caldo, provocando arresto cardiaco). Se il paziente è cosciente, somministrare liquidi caldi. Chiamare i soccorsi.
  • Nel terzo e quarto stadio di ipotermia, cioè quando la temperatura interna scende sotto i 32 gradi, è necessaria la presenza di personale sanitario.

In questa situazione il paziente può sembrare privo di vita. In realtà il raffreddamento graduale tende a proteggere gli organi vitali, e quindi nella maggior parte dei casi è possibile una rianimazione ed un riscaldamento.

«Casistiche ormai numerose di morte apparente, hanno coniato la famosa frase: il paziente ipotermico non è morto finché non è riscaldato. – commenta il dott. Festi – E’ stata descritta una sopravvivenza con temperatura corporea fino a 14 gradi. Nei casi più gravi, anche con segni vitali apparentemente assenti ma con esami ematochimici ancora nella norma, è doveroso e necessario riscaldare il paziente con tutti i presidi a disposizione e in caso di temperatura interna al di sotto dei 28°C, ove possibile, e presso il nostro Ospedale è possibile, con la circolazione extra-corporea, ancora di più facile utilizzo con le nuovo metodiche miniinvasive di cui il nostro ospedale è dotato».

Il ruolo del cardio-chirurgo e del perfusionista diventa quindi essenziale, e il trattamento terapeutico viene concordato insieme tra responsabile del centro e cardio-chirurgo, escludendo a priori i pazienti gravemente traumatizzati o in asfissia, situazioni che controindicano la rianimazione ed il riscaldamento.

di redazione@varesenews.it
Pubblicato il 21 gennaio 2019
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