“Sono volato in America dove studio i buchi neri dell’universo”

Alberto ha ottenuto un posto da ricercatore associato al Dartmouth College in New Hampshire, a metà strada tra Boston e Montreal

alberto masini

Alberto Masini deve ancora compiere 29 anni, è cresciuto tra piazza Motta e piazza Montegrappa a Varese ma ora si trova in America dove si occupa di ricerca scientifica.

Varesini all'estero

Alberto ha ottenuto un posto da ricercatore associato al Dartmouth College in New Hampshire, a metà strada tra Boston e Montreal e da quasi un anno e mezzo svolge ricerca osservativa sui buchi neri supermassicci e sul loro ruolo nell’evoluzione dell’Universo.

Ecco il suo racconto.

Sono nato tra le bellissime montagne della Valle d’Aosta, da genitori varesini. Cresciuto tra piazza Motta e piazza Montegrappa, mi sono poi trasferito a Casciago, piccolo comune di 4000 anime, nel 2000.

Dopo essermi diplomato al Liceo Classico Cairoli nel 2009, mi sono iscritto alla laurea in Fisica presso l’Università di Milano-Bicocca, che ho frequentato per due anni. La scelta di studiare Fisica, maturata piuttosto in fretta durante l’ultimo anno di liceo, aveva come scopo quello di laurearmi in Astrofisica, con il preciso obiettivo di studiare i buchi neri, misteriosi oggetti astronomici che mi avevano stregato.
Nel 2011, dopo due anni di pendolarismo tra Varese e Milano, ho lasciato per la prima volta casa mia per trasferirmi a Torino, dove ho completato la Laurea in Fisica con specializzazione in Astrofisica e Fisica Teorica nel 2014.

Ho quindi vinto una borsa di studio per iscrivermi al Dottorato di Ricerca in Astrofisica all’Università di Bologna, che ho ottenuto nel 2018. Negli anni torinesi e bolognesi tornavo frequentemente a casa: avevo bisogno di un rapporto con il mio territorio, con casa mia, che non si esaurisse, che mi accogliesse ad ogni ritorno, che fosse un punto fisso della mia vita.

Durante il mio dottorato ho volato oltreoceano per la prima volta, nel 2016, per una collaborazione di 5 mesi al Centro Astrofisico di Harvard, vicino a Boston. Ricordo ancora oggi, distintamente, l’emozione provata al trovarmi in America da solo, con l’opportunità incredibile di vivere appieno un ambiente che fino ad allora avevo visto solo nei film e nei documentari. Quei primi mesi sono stati molto impegnativi sotto l’aspetto personale, ma hanno incredibilmente allargato i miei orizzonti.

Infatti, il collegamento con l’America si e’ rinforzato un paio di anni più’ tardi, quando ho vinto un posto da ricercatore associato al Dartmouth College, nel freddo ed inospitale New Hampshire, a meta’ strada tra Boston e Montreal. Dartmouth, numericamente la più piccola componente della prestigiosa Ivy League (l’insieme delle otto università private americane più prestigiose, tra cui Harvard, Yale e Princeton), mi ha accolto con il suo campus moderno ed inclusivo.

Fare ricerca in America, almeno dal mio personale punto di vista, è molto affascinante. Si respira innovazione, tecnologica e sociale, ogni giorno. Gli studenti che vengono ammessi alle Università della Ivy League hanno una spinta motivazionale che non avevo mai visto, ed una visione proiettata alle grandi sfide del nostro tempo: dal clima alla medicina, dall’uguaglianza dei diritti all’informatica.

Anche la ricerca astrofisica ha un peso specifico non indifferente, posta in un quadro generale innovativo e stimolante. La parola chiave, che spesso risuona nelle mail e nelle aule, e’ infatti “interdisciplinarietà”: si ha l’impressione che ognuno, con la sua specializzazione, possa essere utile alla comunità e alla crescita della società, se i giusti ponti tra le discipline vengono creati.

Da quasi un anno e mezzo svolgo ricerca osservativa sui buchi neri supermassicci e sul loro ruolo nell’evoluzione dell’Universo. Le mie giornate scorrono tra calcoli, analisi dati, meeting, lettura e scrittura di articoli.

Credo fermamente che le mie esperienze negli ultimi 8 anni, da quando ho lasciato Varese, in posti, città e paesi diversi, oltre ad avermi permesso di cominciare una carriera in un campo complicato come quello della ricerca scientifica, mi abbiano reso una persona migliore; per questo sono davvero orgoglioso della mia storia, dei risultati ottenuti con tanti sacrifici e sforzi.

Purtroppo, stando a 6000 km da casa, con 6 ore di fuso orario, posso tornare in Italia solo un paio di volte all’anno, dove mi ricongiungo con la mia famiglia, la mia ragazza ed i miei amici.
Tutti loro sono un sostegno continuo per me, un appoggio che mi da’ la forza di continuare e perseverare nelle mie scelte di vita. Nonostante la fatica, nonostante le mie assenze prolungate, sono sempre li’ per me e non li ringrazierò mai abbastanza.

Quando sono a casa, guardo i tramonti dietro al Monte Rosa e assaporo l’aria della campagna dove sono cresciuto, ripenso con un sorriso a quanto mi sembrasse lontana Torino quando sono andato via da Varese per la prima volta, a vent’anni. Eppure, non importa quanto lontano io vada, sento un legame impossibile da spezzare con questi luoghi.

Non so dire cosa succederà nel mio futuro, che per ora è incerto. Di sicuro una strada è stata tracciata, e spero che un giorno mi riporti il più vicino possibile a quella che considero la mia vera Casa.


In un recente articolo abbiamo scritto di come siano oltre 55mila i varesini che si sono trasferiti all’estero. Proprio come con Alberto ci piacerebbe raccontare, per quanto possibile, chi siano, di cosa si occupano e dove si trovano là fuori nel mondo. Se vivete all’estero e vi piacerebbe mettervi in contatto con noi potete compilare questo modulo, vi contatteremo al più presto. Abbiamo anche aperto un gruppo Facebook per tenerci in contatto, lo trovate qui.

di tomaso.bassani@varesenews.it
Pubblicato il 05 aprile 2019
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