Sì Watch e decreto in-sicurezza bis

Giuseppe Musolino, referente di Un’Altra Storia Varese, critica contenuti e "ratio" del Decreto sicurezza e chiede alla società civile di reagire

Avarie

Un ottimo amico e collega insegnante, oggi grande fotografo nonché navigatore patentato, mi racconta che prima di andare per mare bisogna conoscere le leggi internazionali sul salvataggio in mare, incondizionate e prevalenti su quelle nazionali. Certe nostre leggi recenti, quindi, sono incomprensibili e inapplicabili e servono a distogliere l’attenzione dai veri e seri problemi che il nostro Paese si trova ad affrontare.

Indubbia è la necessità del “capitano” (sconfitto dal Diritto internazionale, che ignora lo stato di diritto e che sbraita perché sono state violate norme anticostituzionali del suo decreto in contrasto con le più elementari norme del diritto e della democrazia) e dei suoi sodali di governo e di opposizione (!) a continuare nella narrazione falsa e avvelenata sul tema dell’immigrazione. Tutto questo perché non si parli dei problemi reali delle persone, di tutti noi: tassazione e disoccupazione che continuano a crescere, aumento dell’IVA (ad oggi non si sono trovate le risorse per evitarla), tagli – con la prossima manovra economica – ben 2 miliardi alla sanità per non parlare della scuola.

Il D.L. sicurezza bis (53/2019)

Il D.L. è provvedimento in contrasto con le norme internazionali e la Costituzione, ed è odioso e cinico – giocato con le vite di persone incolpevoli -, contrario ai più elementari principi di umanità. Entro il 13 agosto dovrà essere convertito in legge dal parlamento, mentre è in corso una battaglia politica e sociale, legale e di civiltà, veramente dirimente.

Subito dopo la pubblicazione del D.L. nella Gazzetta Ufficiale del 14.6.2019, le autorità di governo ne hanno utilizzato l’art. 1 e 2 come copertura legislativa alle direttive del ministro dell’interno, che vietano alle navi-ONG soccorrenti naufraghi in acque internazionali, l’ingresso nelle acque territoriali e nei porti italiani, cercando d’imporre la riconsegna delle persone soccorse alle autorità libiche: un ordine che non può essere rispettato perché illegittimo. La denuncia di un gruppo di giuristi al Tribunale Penale Internazionale e tante altre voci, ultima la portavoce della Commissione Europea, erano servite a escludere senza dubbio la Libia come luogo sicuro di sbarco.

Illegittimità e ratio del D.L. (in)sicurezza bis

In assenza dei requisiti (urgenza e specificità) previsti dalla Costituzione per i D.L., è evidente che lo scopo immediato delle nuove normative è il respingimento delle navi umanitarie e l’inasprimento delle sanzioni contro chi è “colpevole” di soccorso, questo sì, urgente.                                                                                                                                                  Soltanto alle navi ONG si applicano il divieto di ingresso nelle acque territoriali – quindi nei porti -, e misure di respingimento collettivo vietate dalle Convenzioni internazionali; tutto ciò è evidentemente lesivo dell’effettivo riconoscimento del diritto di asilo, garantito in particolare dall’articolo 10 della Costituzione italiana. Il D.L. in questione è dunque in contrasto con la nostra Costituzione: gli art. 10 (già citato), 11 e 17 che di fatto si vorrebbero svuotare, impongono l’ingresso nelle acque territoriali e in un porto italiano sicuro di imbarcazioni private che abbiano svolto operazioni SAR (Soccorso, ricerca e salvataggio in alto mare) in acque internazionali, nel rispetto di norme inderogabili derivanti dal diritto internazionale. L’effetto immediato del D.L., è il blocco in acque territoriali italiane di  persone (tra queste anche minori) bisognose di cure mediche urgenti.

Inoltre il D.L. prevede sanzioni amministrativo-penali (multe, confisca della nave, arresti) in contrasto con le norme sulla efficacia della legge nel tempo: il soccorso operato dalla Sea Watch 3 e la richiesta di ingresso in un porto in Italia, si sono verificati prima dell’entrata in vigore del provvedimento (necessario al ministro dell’interno come copertura legislativa per legittimare la sua attività politica e la sua narrazione) e perciò non può avere effetto retroattivo. Numerosi protocolli e pronunciamenti in materia hanno sancito che in mare non è possibile la valutazione dello status rifugiato o richiedente asilo e le imbarcazioni che svolgono operazioni SAR devono prestare soccorso e trasportare le persone soccorse in luogo sicuro, prescindendo dallo status giuridico delle stesse: risulta perciò evidente che non si può assimilare il soccorso in mare a trasporto di clandestini. Impedendo l’approdo, si rende impossibile la valutazione delle singole situazioni, oltre a violare il divieto di espulsioni collettive previsto, tra gli altri, dalla Carta dei Diritti fondamentali dell’Unione Europea.

Il respingimento verso altri Stati, viola il diritto internazionale e quelli sanciti dalla Costituzione (art. 10 e 24) di chiedere asilo e far valere difesa effettiva ed è vietato dalla convenzione di Ginevra (art. 33) sui rifugiati, oltre che dalle Convenzioni di diritto del mare (obbligo di soccorso e di indicazione dei porti di sbarco sicuro allo stato costiero). Il respingimento, possibile solo in casi di gravi e comprovate irregolarità, senza controllare se a bordo vi siano dei richiedenti asilo o soggetti non respingibili e senza esaminare se essi possiedano i requisiti per il riconoscimento dello status di rifugiato è, dunque, una grave violazione soprattutto se gli Stati terzi verso cui la nave si vorrebbe indirizzare non offrono garanzie sufficienti per l’incolumità dei migranti o per il riconoscimento dei loro diritti fondamentali. Questi Stati non possono essere la Tunisia (inadempiente rispetto alla Convenzione di Ginevra e non in grado di garantire porti sicuri  per i naufraghi raccolti in mare dopo essere fuggiti dalla Libia) o Malta che non ha firmato gli emendamenti apportati nel 2004 alle convenzioni SAR. A livello internazionale, dunque, è stata unanime la richiesta al governo italiano di fare sbarcare al più presto i naufraghi raccolti dalla Sea Watch. Le disposizioni del D.L. sicurezza applicate contro la Sea Watch 3 e i naufraghi intrappolati a bordo, sono passibili di censura da parte di Corte Costituzionale e tribunali internazionali, potendosi configurare reati diversi.

Non si può proseguire con politiche irresponsabili, con la prassi dei “porti chiusi” per le navi ONG, mentre proseguono gli sbarchi di migranti provenienti dall’inferno libico. C’è un disegno preciso di blocco delle ONG che testimoniano e denunciano la condizione dei naufraghi abbandonati in mare,  intercettati dalla sedicente guardia costiera “libica”, per essere rigettati nei centri di detenzione, nelle mani di torturatori ed estortori. Un disegno fatto di disinformazione e di provvedimenti illegittimi. La gestione delle frontiere marittime non si può affrontare con ordinanze e decreti legge, senza rapporti con i paesi delle zone SAR, in una collaborazione che deve essere improntata al rispetto di diritti umani e alla salvaguardia della vita umana. Le conseguenze mortali delle prassi operative imposte dal governo, trovano riscontro nella crescita esponenziale delle vittime, in misura percentuale, a fronte della riduzione delle partenze dalla Libia. Per bloccare questo stillicidio di vittime e per garantire con la massima tempestività un luogo di sbarco sicuro, come imposto dalle Convenzioni internazionali, occorre che la giurisdizione nazionale, soprattutto la magistratura penale, se non quella amministrativa, ritorni a esercitare un ruolo di controllo sugli atti del ministro dell’interno, senza decisioni interlocutorie che ne assecondino le finalità politiche. Non mancheranno i ricorsi alla giustizia internazionale, ma non si può contare soltanto sui giudici della Corte Europea dei diritti dell’Uomo o della Corte di Giustizia dell’Unione Europea.

La politica e la società civile

Si dovrà contrastare ancora la tendenza di alcuni mezzi di informazione a travisare sistematicamente le decisioni della giurisprudenza riguardo ai soccorsi in mare e alle ONG.

A parte alcuni onorevoli solidali, chi riuscirà, nelle sedi istituzionali, a fare davvero opposizione a queste scelte disumane? Sarà adesso molto importante una piena assunzione di responsabilità da parte dei parlamentari alla Camera e al Senato. Entro il 13 agosto il D.L. sicurezza “bis” dovrà essere convertito in legge dal Parlamento; se entro quella data non sarà pubblicata la legge di conversione, il provvedimento potrebbe decadere per intero. Occorre una mobilitazione diffusa che segua giorno per giorno le diverse fasi di conversione del D.L.

Il parlamento non può rinunciare alle sue prerogative istituzionali e approvare a scatola chiusa un provvedimento che in diversi punti appare in contrasto con norme costituzionali. Sarà anche da verificare che non si ritorni a quella logica di scambio che ha caratterizzato il voto al senato sulla richiesta di autorizzazione a procedere contro il ministro dell’interno sul caso Diciotti.

L’attuazione del principio di legalità non è decisa in base ai disegni politici di un partito o con atti di indirizzo dell’esecutivo rivolti alla magistratura. Lo afferma la Costituzione che sancisce il principio democratico basato sulla separazione dei poteri (legislativo, esecutivo, giudiziario). Sarà questo il patrimonio di democrazia che dovrà essere difeso negli spazi di frontiera e nelle aule parlamentari. Ne dovrà essere primo garante il Presidente della Repubblica, dovrà intervenire la Corte Costituzionale, e nessuno potrà sottrarsi al controllo degli organismi internazionali.

In merito al decreto legge sicurezza “bis” e ai suoi primi profili applicativi, sarà necessaria la costituzione di gruppi di assistenza e difesa legale in favore di tutti coloro che saranno colpiti dalle eterogenee disposizioni contenute nello stesso D.L. Occorre la più ampia mobilitazione degli operatori umanitari e dei cittadini solidali che soccorrono persone in mare fino a tutte quelle persone che esercitano il diritto di manifestare e di riunirsi esercitando le libertà garantite dalla Costituzione.

L’Italia civile deve reagire, a tutti i livelli, in tutte le sue componenti e organizzazioni socio-politiche e sindacali.

Giuseppe Musolino – Un’Altra Storia Varese

di redazione@varesenews.it
Pubblicato il 30 giugno 2019
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