La splendida malinconia di Nick Drake

La rubrica dedicata ai dischi usciti cinquant'anni fa ci porta alla scoperta di un artista inglese con l'abitudine di scrivere testi molto complessi

Cinquant'anni fa la musica

Una delle perle abbastanza nascoste del 1969 fu l’esordio di questo ragazzo nato in una famiglia benestante della campagna inglese. Sportivo, di bell’aspetto, a un certo punto si chiuse sempre più in sé stesso: stava spesso da solo e sviluppò una notevolissima tecnica chitarristica, sorprendente per un autodidatta quale era, unita ad una personalissima voce di gamma baritonale. Se a questo aggiungiamo che aveva studiato letteratura inglese a Cambridge e aveva l’abitudine di scrivere testi molto complessi… abbiamo una prima idea di chi fosse Nick Drake!

Fece in tempo a incidere tre dischi, molto diversi tra di loro: questo di debutto è quello che si può definire “pastorale”, per i suoi arrangiamenti orchestrali principalmente composti da un suo amico dell’università. Già la copertina è un po’ leopardiana: sul fronte lui da una stanza guarda la natura fuori; sul retro lui è immobile mentre la gente corre. Non è però un disco particolarmente triste, anche se comincia a inserirvi presagi nefasti come in Fruit tree, dove paragona il successo a un albero, che per crescere ha bisogno di un seme sotto terra. Debutto incredibile.

Curiosità: il titolo apparentemente senza senso è la frase stampata sul bigliettino che nelle confezioni di cartine Rizla avvisava che ne restavano solo cinque. Ovviamente anche questo un presagio di provvisorietà, di poca durata come altri che caratterizzarono la sua poetica. Ancora più triste pensare che per coincidenza morirà proprio cinque anni dopo.

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Pubblicato il 12 settembre 2019
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