Da Carnago a Shanghai per superare il coronavirus

Il racconto di Flavia Cusaro che vive a Shanghai da 11 anni ed ha un ruolo importante nello Studio Volpi, un’azienda di Carnago specializzata in design concept, tecnologia e innovazione, sviluppo di interfacce utenti, branding e comunicazione

Shangai marzo 2020

A Shanghai la vita riprende a scorrere quasi regolarmente. Tante precauzioni e qualche ferita da ricucire, ma la grande paura lasca il posto alla prevenzione per evitare il rischio di contagi di ritorno.

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Un mese fa era stata Cristiana Barbatelli a raccontarci come stava andando la grande metropoli cinese. Oggi ne parliamo con Flavia Cusaro che vive a Shanghai da 11 anni. Lei ha un ruolo importante di un’azienda di Carnago che da tempo ha investito in Cina. È Managing Director dell’ufficio di Shanghai di Studio Volpi, un’azienda specializzata in design concept, tecnologia e innovazione, sviluppo di interfacce utenti, branding e comunicazione.

«Quest’anno, a differenza del passato, – racconta Flavia – io e mio marito avevamo deciso di passare le vacanze di capodanno cinese in Italia. Siamo partiti da Shanghai il giorno in cui i trasporti da Wuhan venivano fermati. In pochi giorni la situazione è cambiata molto e la Cina è entrata nel pieno dell’emergenza. Noi, più che affidarci alle notizie trasmesse in Italia, abbiamo fatto riferimento agli amici e conoscenti che erano rimasti in Cina e che ci riferivano di una Shanghai sempre più deserta e triste, ma come sempre ben gestita».

A quel punto dall’Italia cosa avete deciso di fare?

«Forti di queste testimonianze, abbiamo deciso di confermare la nostra data di rientro in Cina, prevista per il 3 febbraio. I blocchi dei voli da e per la Cina erano invocati da molti paesi e noi volevamo evitare di rimanere bloccati fuori da quella che è di fatto la nostra casa e anche lontano dalle nostre responsabilità lavorative. La Cina, che aveva prolungato di pochi giorni la chiusura per il capodanno, confermava la riapertura per il 10 febbraio. Abbiamo portato con noi quasi 200 mascherine N95, non sapendo che poi ne avremmo rispedite una parte alle nostre famiglie in Italia di lì a poche settimane».

Come è stato il rientro a Shanghai?

«Rientrati a Shanghai abbiamo trovato una città deserta ma molto composta. Il nostro complesso residenziale, dove vivono circa 6000 persone, si era attrezzato, come tutti, con il controllo della temperatura all’ingresso e all’uscita, ticket di riconoscimento e sistema di raccolta e consegna delle spedizioni. Shanghai non è mai stata messa in isolamento; solo a chi arrivava da località cinesi fuori Shanghai veniva imposta la quarantena di 14 giorni. La gran parte delle persone passava comunque quasi tutto il giorno in casa ma usciva per acquistare cibo o per una passeggiata, da soli o con la propria famiglia, rigorosamente con mascherina e, in alcuni casi, guanti».

Era possibile lavorare?

«Il mese di febbraio è stato molto sottotono. Tante aziende cinesi non avevano ancora ripreso il lavoro, soprattutto gli impianti produttivi, o comunque non erano in grado di fare programmi o prendere impegni economici. Noi, con il pieno appoggio della sede di Studio Volpi a Carnago, ne abbiamo approfittato per riorganizzare il lavoro e il materiale di comunicazione. La principale sfida era infatti programmare le attività per i mesi successivi senza beneficiare degli eventi fieristici che durante la prima meta’ dell’anno sono normalmente abbondanti».

Che sviluppi ci sono stati a marzo?

«Con il primo marzo le cose sono andate sensibilmente migliorando di settimana in settimana. I casi di contagio in città e in generale in Cina erano sempre meno e ci si poteva permettere una quotidianità meno nervosa. A livello organizzativo, i controlli sono stati mantenuti. In alcuni casi resi più efficaci grazie all’installazione di termoscanner al posto del rilevamento manuale della temperatura corporea, e la gente ha ricominciato ad uscire con più fiducia. Resta, e resterà ancora per molto, l’obbligo della mascherina: obbligo ufficiale sui mezzi di trasporto e nei luoghi pubblici, obbligo morale per strada dove tutti la portano. I ristoranti hanno gradualmente riaperto, previo l’adeguamento a certe misure di prevenzione. I parchi cittadini hanno tolto i nastri che chiudevano gli ingressi. I centri commerciali hanno gradualmente ripreso a seguire l’orario di sempre».

E il lavoro?

«Il lavoro a marzo ha riacquistato ritmo. Molti dei nostri clienti cinesi hanno ripreso a lavorare più o meno regolarmente, e in tanti iniziano a fare piani per il futuro. Nella seconda metà del mese siamo anche riusciti a far visita a qualche cliente a Shanghai e ad arrivare ad accordi commerciali, cosa che fino a pochi giorni prima sembrava impossibile».

La vita delle persone…

«La vita quotidiana ha anch’essa ripreso una sua regolarità. Complice il bel tempo, gli spazi pubblici di Shanghai hanno ripreso vita. Le aree ricreative lungo il fiume non mi sono mai sembrate cosi’ vissute come il primo fine settimana di primavera».

Resta un’emergenza coronavirus?

«L’emergenza per la Cina non è finita. Nel senso che, nonostante la nostra vita quotidiana stia riprendendo, l’enorme sforzo messo in atto per il contenimento del contagio è tuttora in pratica e resta quasi invariato. Questo permette una certa tranquillità nella popolazione, che ha appunto ripreso un ritmo di vita molto vicino a quello di sempre. Ora il rischio maggiore per la Cina è il ritorno del virus dall’estero, e per questo motivo pochi giorni fa è stato chiuso l’accesso per tutti gli stranieri e sono stati ridotti al minimo i voli internazionali. I cinesi che atterrano dall’estero, a prescindere dalla provenienza, vengono scortati e messi in quarantena, in casa (con dispositivi che informano se la porta di casa viene aperta) o in hotel per chi viene da zone particolarmente colpite dal virus (tra cui l’Italia). Tutti dobbiamo mostrare prima di entrare in molti luoghi pubblici uno speciale QR code che stima il rischio di contagio sulla base dei famosi big data».

Che prospettive economiche vede?

«L’economia sta ripartendo e, nonostante gli eventi e le fiere siano stati cancellati, la fiducia nella ripresa del mercato sembra buona, grazie anche all’esistenza di canali di vendita online ormai consolidati che permettono di compensare la limitazione degli spostamenti. Il mercato interno al momento è il principale oggetto di attenzioni, soprattutto ora che i mercati internazionali sono così incerti e instabili».

Come va il lavoro del suo studio?

«Noi come Studio Volpi abbiamo la fortuna di operare direttamente e fisicamente nel mercato cinese, offrendo in questo modo da qui un valido appoggio anche alla nostra sede italiana in un momento di difficoltà per il mercato europeo e dimostrando che l’internazionalizzazione delle PMI italiane può essere sinonimo di irrobustimento dell’intera attività produttiva. In Studio Volpi siamo abituati a lavorare a distanza superando con la tecnologia gli ostacoli fisici. Questa nuova situazione ci ha colto quindi in qualche modo preparati e siamo stati fin da subito in grado di offrire ai nostri clienti e contatti un servizio invariato rispetto a quello di sempre. I nostri interlocutori cinesi si sono dimostrati molto vicini all’Italia e continuiamo a ricevere messaggi di solidarietà, nella speranza che tutto questo finisca presto per tutti».

di marco@varesenews.it
Pubblicato il 31 marzo 2020
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