In Europa la crisi delle materie prime c’era già prima del Covid. Indonesia nuova regina dell’acciaio Inox

L'Ufficio studi di Siderweb, la community dell'acciaio Inox, ha analizzato le cause delle difficoltà delle imprese nell'approvvigionamento. Oggi l’Europa ha perso i due terzi del suo peso, assestandosi al 12%, mentre i cinesi sono saliti al 60%. «La fase rialzista dei prezzi non è terminata»

Generica 2020

«La crisi dell’acciaio inox in Europa è preesistente al Covid. Anzi nel 2019 il calo è stato del 7,9%, maggiore rispetto a quello del 2020, con un milione di tonnellate in meno di acciaio inox rispetto al 2018». A questa conclusione Stefano Ferrari, responsabile dell’ufficio studi di Siderweb, la community italiana dell’acciaio, ci arriva dati alla mano. «Questa situazione – prosegue Ferrari – è stata causata anche indirettamente dalla Cina che è cresciuta percentualmente di più per quanto riguarda l‘acciaio al carbonio e di meno per l’inox, solo del 2,5%, facendo così mancare un sostegno a tutto il resto del comparto». (Foto di ludex2014 da Pixabay)

L’acciaio inox è una delle materie prime più richieste dal mercato ed è trasversale a diversi settori. La crescita della produzione non si è mai arrestata a partire dal secondo dopoguerra fino ad oggi: se nel 1950 la produzione a livello mondiale era pari a un milione di tonnellate, nel 2019 si è arrivati a quota 52 milioni. Negli ultimi quarant’anni, l’acciaio inox è cresciuto mediamente oltre il 5%  all’anno, il doppio della crescita annua dell’acciaio al carbonio (2,4%).

LA LEADERSHIP PERSA DALL’EUROPA

Se si guarda alla provenienza della produzione, nel settore dell’inox c’è stata una vera e propria rivoluzione. «Nel 2005 l’Europa, con la quota del 35%, era il maggior produttore – sottolinea Ferrari –  mentre e la Cina era solo al 13% . Oggi l’Europa ha perso i due terzi del suo peso, assestandosi al 12%, mentre i cinesi sono saliti al 60%, mangiando quote a tutti gli altri operatori, fatta eccezione per Brasile, Corea del Sud, Sudafrica e Indonesia».

Il caso degli indonesiani è interessante. Fino al 2016 questo paese non produceva nemmeno un chilogrammo di inox, per diventare tre anni dopo il quinto produttore mondiale con 2,2 milioni di tonnellate. Oltre alla Cina, a dominare il mercato, ci sono il Giappone, che fino al 2019 produceva 2,5 tonnellate, già in calo rispetto al 2018, così come gli Usa anch’essi in fase calante nel 2019.

La produzione di inox nella Ue, dopo aver toccato un minimo del 2015, ha avuto un assestamento a 7,4 milioni di tonnellate nel 2018, per poi iniziare una discesa fino a 6,2 milioni del 2020. Nel Vecchio continente è piuttosto marginale il ruolo di Francia e Germania che insieme arrivano a 600mila tonnellate, mentre tra i maggiori player nel 2020 ci sono, con oltre 2 milioni, Finlandia, Svezia e Regno Unito a cui si sono aggiunte le produzioni di Polonia, Slovacchia e Repubblica Ceca. A seguire Belgio e Austria con 1,5 milioni, subito dopo l’Italia con 1,3 milioni di tonnellate. Le esportazioni di acciaio inox dall’area euro nel 2020 hanno avuto un calo dell’8%. Le due aree di destinazione della produzione europea che perdono di più sono Asia (-31%) e l’area del Nafta (-13,6%), ovvero Usa, Canada e Messico. Cresce di contro il commercio tra i vari paesi asiatici che come si diceva possono contare dal 2016 anche sull’exploit dell’Indonesia.

LA SITUAZIONE ITALIANA

Nel primo trimestre del 2021 il mercato è ripartito e i dati del fatturato sono superiori a quelli del 2020, ma rispetto al resto del mondo l’Europa deve ancora recuperar velocità. «Se escludiamo il 2013 – precisa il responsabile dell’ufficio studi di Siderweb – dal 2014 al 2019 la produzione italiana è stata piuttosto stabile con 1,45 milioni di tonnellate, con un calo nel 2020 del 10 %, pari a 150mila tonnellate, contro il 12,1 % del totale dell’acciaio prodotto. E lo stesso discorso vale per il 2019 dove l’inox ha perso l’1,6%, contro il -5,3% del totale».
Secondo gli esperti di Siderweb, guardando in prospettiva, la forte dipendenza dell’Italia dal mercato europeo potrebbe rappresentare un problema, in quanto è il mercato che fatica a crescere e il meno dinamico a livello globale.

LA CRESCITA DEI PREZZI

In questa prima fase di ripartenza, tra tutte le materie prime, il prezzo dei metalli è quello che cresce maggiormente. Una preoccupazione in più per le imprese che già devono far fronte alle difficoltà di approvvigionamento. Secondo Achille Fornasini, chief analyst di Siderweb, la situazione dei prezzi «è frutto di un’esasperazione del sistema» che evidenzia una corsa straordinaria all’accaparramento di materie prime, soprattutto quelle provenienti dall’Asia, in particolare per quelle cinesi. «C’è una buona ripresa in generale – conclude Fornasini – ma non c’è stato un recupero economico che giustifichi una situazione di questo tipo che tenede a spingere i prezzi con velocità e intensità. Siamo ancora in piena fase rialzista e temo che durerà ancora nei prossimi mesi».

Difficili da trovare e con prezzi alle stelle, il mercato impazzito delle materie prime

Michele Mancino
michele.mancino@varesenews.it

Il lettore merita rispetto. Ecco perché racconto i fatti usando un linguaggio democratico, non mi innamoro delle parole, studio tanto e chiedo scusa quando sbaglio.

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Pubblicato il 21 Giugno 2021
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