Sempre più difficile la gestione del contenimento della pandemia nelle scuole

La preside Rossi, referente provinciale di Anp, spiega regole e criticità dei casi positivi a scuola, tra ritardi nel tracciamento, dubbie decisioni e ritorni in Dad

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Per la gestione della pandemia in ambito scolastico ci sono delle regole, quelle stabilite dal Miur. E poi ci sono protocolli, strumenti e convenzioni attivati a livello regionale e locale tra Ats, presidi e sindaci perché quelle regole possano essere applicate. In teoria dovrebbe funzionare così, ma la realtà quotidiana è fatta di ritardi, di quarantene auto proclamate e autogestite dai genitori (ad esempio a Daverio) e di decisioni anche più drastiche, come la chiusura di interi plessi scolastici, assunte dalle autorità più disparate: presidi, sindaci (accade a Marchirolo) e persino docenti (il caso di una primaria a Varese).
Il risultato, oltre al ritorno della didattica a distanza, è la grande sensazione di incertezza percepita innanzi tutto dalle famiglie e in generale dalle diverse componenti scolastiche.

Il numero dei positivi tra gli studenti è in aumento ed esponenzialmente aumenta il numero di tamponi a seguito delle sorveglianze (potenzialmente tre, t0, t5 e t10 per ogni compagno di classe), il triplo rispetto a quelli richiesti lo scorso anno. Eppure Ats deve farvi fronte con meno risorse rispetto al passato, in termini economici e di personale e ha già dichiarato tre settimane fa (qui l’articolo) “criticità puntuali” nella gestione del tracciamento. Accade nel terzo inverno vissuto in pandemia.

TRACCIAMENTO NON TEMPESTIVO

«Abbiamo una procedura condivisa con Ats – spiega Maria Rosa Rossi, referente provinciale dell’Associazione nazionale presidi – Non appena informate dalle famiglie, direttamente o tramite docenti, di un caso positivo tra gli alunni o tra il personale, le scuole lo inseriscono immediatamente nel portale Ats Emer-covid, acquisito da Regione Lombardia».

A questo punto la palla passa all’Autorità sanitaria: «Ogni Ats, per Varese e provincia Ats Insubria, prende in carico i casi di propria competenza la segnalazione effettuata dalla scuola e, se decide sia appropriata la approva e provvede a mettere  in quarantena l’alunno e i suoi contatti diretti, attivando contemporaneamente il testing per i compagni di classe ed, eventualmente, per i docenti coinvolti. Lo fa con una lettera prestampata in cui è segnato il link riservato ad alunni e personale scolastico per prenotare il test molecolare al tempo zero – t0 entro 48 ore – e il t5».

Purtroppo le richieste sono più di quelle che Ats riesce a soddisfare, così in molti ripiegano sui tamponi antigenici offerti a pagamento dalle farmacie (15 euro, scontati a 12 euro per gli alunni tra 12 e 18 anni) pure abilitati al tracciamento.
«Già qui emergono le prime criticità, nell’impossibilità di prenotare nei tempi previsti i tamponi molecolari, con conseguente disorientamento sia delle famiglie, sia dei docenti coinvolti, che a volte rientrano a scuola dopo i loro studenti perché il tampone è prenotato in ritardo», spiega la preside Rossi.

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SE I CASI POSITIVI A SCUOLA AUMENTANO

Può succedere che nuovi casi positivi emergano con i t0 e più spesso con i t5. Per gli studenti non vaccinati (sicuramente i bambini dell’asilo e la quasi totalità degli alunni delle primarie cui solo da pochi giorni è accessibile la vaccinazione) al secondo caso positivo in classe scatta la quarantena (al terzo alunno positivo per gli studenti più grandi).
Ma quando i casi cominciano a diventare “tanti” a scuola Ats può valutare provvedimenti più drastici: «In base alle regole che ci siamo dati i casi sono tanti quando coinvolgono almeno la metà più uno delle classi – afferma la Rossi – In questi casi Ats dovrebbe segnalare al sindaco la situazione e dovrebbe essere il sindaco, cui compete la salute dei cittadini, chiudere la scuola, sospendendo le attività didattiche per il tempo che Ats ritiene necessario».

Anche qui ci sono dei problemi: «Da un lato i ritardi anche di diversi giorni, da parte di Ats sia nel segnalare le quarantene agli studenti coinvolti, sia nel prendere in esame la situazioni critiche di interi plessi scolastici – spiega la preside – Dall’altro i sindaci spesso si rifiutano di chiudere le scuole e in quel caso sono i dirigenti scolastici a farsi carico della decisione».

LA DAD AL CONTRARIO

Può anche succedere che siano i docenti ad essere positivi o in quarantena, mentre la loro classe è in presenza: in questo caso in teoria gli alunni vanno scuola e fanno lezione con il docente collegato in Dad dal proprio domicilio, mentre sono sorvegliati da un altro insegnante in presenza.
«Il personale docente numericamente non è sufficiente a coprire una pluralità di queste situazioni così, anche in questi casi, può succedere che il dirigente scolastico sia costretto a mettere intere classi in Dad», spiega la Rossi.

«Passare dalla didattica in presenza alla Dad è sempre sofferta – precisa la Preside – Lo facciamo con estremo rammarico per salvare almeno in parte la didattica dovuta agli alunni».

COME RIPARTIRE A GENNAIO

«Auspicando sempre la riduzione dei contagi e dei sintomi della malattia, mi auguro che Ats sia messa al più presto nelle condizioni di poter processare tempestivamente e in modo efficiente tutta la mole di lavoro che deriva dalla sorveglianza della pandemia in ambito scolastico – afferma la portavoce varesina dei presidi – Mi auguro sia valorizzata la responsabilità per la salute pubblica con cui i dirigenti scolastici prendono decisioni drastiche come la sospensione della didattica in presenza, ma solo su indicazione di Ats, che è l’unica autorità sanitaria competente in materia».

«Al contrario prendere decisioni arbitrarie non è estrema prudenza, significa generare il caos e contribuire alla diffusa sensazione di incertezza», conclude la Rossi.

Lidia Romeo
lidiaromeo@gmail.com

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Pubblicato il 22 Dicembre 2021
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