Un’intera famiglia a processo a Varese per lesioni aggravate ad un autista dei pullman
Il processo è in corso in tribunale a Varese. Tutto nato da un bisticcio a bordo del mezzo. L’imputata in aula: “Mi ha chiamato marocchina di m.....”
Ci sono le carte processuali che cristallizzano una verità. Poi i racconti di chi invece quei momenti li ha vissuti e allora quello che si ascolta mostra i fatti da una diversa angolazione. Nel mezzo, arbitro imparziale, il giudice, che deve certamente valutare se la prova si sia o meno formata per accertare le eventuali responsabilità penali.
Per questo è stato importante ascoltare gli stessi imputati di un processo per lesioni aggravate e resistenza a pubblico ufficiale celebratosi dinanzi al giudice monocratico di Varese, e giunto oramai alle battute finali. Imputati sono padre e madre di mezza età e la figlia 22enne, dai tratti somatici magrebini (la mamma è nordafricana). Un particolare che non può omettersi in questa storia che parte il 20 aprile 2019 per un bisticcio nato al deposito dei pullman Bardello dove si fronteggiano le parti: da un lato il conducente dell’autobus parte offesa e che si è costituto parte civile per aver patito lesioni refertate a Cittiglio il giorno stesso per 10 giorni di prognosi; dall’altra la famiglia che secondo l’accusa si sarebbe scagliata contro l’uomo. Motivo? Lo ha spiegato la giovane imputata (classe 2000) sentita in aula oggi.
«L’autista aveva sbagliato a farmi il biglietto e quando gliel’ho fatto notare mi ha scagliato contro il carnet e ha dato in escandescenze. Parlando al collega per telefono, mentre gli chiedeva di raggiungerlo al deposito per chiarire la questione ho sentito che diceva and alta voce: “Vieni qui che c’è questa marocchina di me… che mi sta rompendo i co……”. A quel punto anche un altro viaggiatore che non conoscevo mi ha difesa chiedendo al conducente come si fosse permesso di apostrofarmi in quel mondo». Anche la ragazza in quel momento di difficoltà (dopo, a suo dire, anni di atteggiamenti maleducati perpetrati dal conducente nei suoi riguardi) fa la sua telefonata, e chiama i genitori.
La scena madre del processo si celebra appunto al deposito autobus di Bardello, lungo lo “stradone” che collega il paesino con Gavirate e, a Nord con Besozzo: da una parte padre (ascoltato anch’egli in aula e che dice di non aver mosso un dito contro la parte offesa), figlia (anche lei sostiene di non essersi mossa di un millimetro, e madre (non presente in aula a detta del coniuge per problemi di salute, anche se l’imputato non ha l’obbligo di presenziare), che sembra essere l’unica persona nel corso del diverbio ad aver avuto un contatto col conducente consistente in una testata e un colpo al capo servendosi del cellulare come arma impropria.
Nelle more del bisticcio è arrivata anche una pattuglia della polizia locale per placare gli animi difficili da sopire per la famiglia furibonda perché arrabbiata per il comportamento del conducente: uno strattone da una parte e una gomitata dall’altura, e il fatto sboccia nel secondo capo d’imputazione, vale a dire la «resistenza a pubblico ufficiale». La sentenza, previa discussione delle parti, è attesa per il 30 marzo.
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