Una pietra d’inciampo per Roberto Cullin, il partigiano di Busto ucciso a Fossoli

Il 12 luglio si è svolta a Carpi la cerimonia dei "sessantasette martiri di Fossoli", prigionieri trucidati dai nazifascisti. Tra loro anche il patriota bustocco che sarà ricordato da una "pietra d'inciampo" davanti alla sua ultima abitazione in città

Roberto Cullin

Una “pietra d’inciampo” per ricordare Cullin Roberto : la posa avverrà probabilmente in autunno, dopo che il nome di Cullin è stato inserito nel progetto con cui la Fondazione Fossoli vuole ricordare i “sessantasette martiri”, antifascisti prigioneiri del campo di transito nelle campagne di Carpi (Modena), trucidati ottant’anni fa, il 12 luglio 1944.

Tra i sessantasette prigionieri c’era anche Roberto Cullin, veneto d’origine, trapiantato nell’Alto Milanese a Busto Arsizio, antifascista di lungo corso, costretto anche a periodi di lavoro all’estero a causa delle sue idee. «La pietra d’inciampo sarà posata in collaborazione con il Comune di Busto Arsizio, che ha anche appunto identificato, in archivio, l’ultimo domicilio, in via Monte Rosa» spiega il nipote Giorgio Gorletta, che abita ancora in zona.

Il progetto delle “pietre d’inciampo” è voluto da Fondazione Fossoli, con il consigliere Marco Emerico Giuseppe Steiner, e si inserisce in una nota iniziativa della memoria, quella dei piccoli memoriali ideati dall’artista tedesco Gunter Demnig, che ha concepito appunto un segno di memoria che viene posato a terra di fronte all’ultima abitazione nota dei deportati e perseguitati – ebrei, rom o per ragioni politiche – che sono stati assassinati dai nazifascisti.

I nomi delle 67 persone trucidate a Fossoli il 12 luglio 1944 sono stati letti durante la celebrazione dell’ottantesimo, in cui sono intervenuti il sindaco di Carpi, i rappresentanti della Fondazione, un magistrato militare, i rappresentanti di tanti Comuni di cui erano origianari i prigionieri uccisi (c’erano lombardi, piemontesi, emiliani e romagnoli, ma anche campani, siciliani, persino un marchigiano nato in Argentina). Al termine della celebrazione ufficiale i familiari sono stati invitati a raggiungere il luogo dell’eccidio il poligono di tiro di Cibeno dove si svolse l’esecuzione, per un momento di ricordo personale.

campo Fossoli
I ruderi del campo di Fossoli. Foto Andy Hay, photo credit qui

Ma chi era Cullin Roberto?

Cullin Roberto  fu uno dei fondatori del CLN di Busto Arsizio antifascista e antinazista che pagò con la vita il sogno di libertà.  Nato a Feltre il 7 novembre 1907,  orfano di guerra,  si trasferì da adolescente a Busto con la madre e gli undici fratelli e sorelle: qui incominciò giovane a coltivare la passione politica che gli procurò in più occasioni il carcere, con periodi di esilio in Francia e Svizzera. Rientrato in patria, continuò la sua opera di propaganda antifascista e per il Pci clandestino, interrotta nella primavera del 1944 quando fu arrestato e condotto nel carcere di Monza.

Gli fu offerta la libertà in cambio dei nomi dei compagni e il rinnegamento delle proprie idee, davanti alla propria liberta preferì la lealtà verso gli amici e la difesa degli ideali per cui ha combattuto. Internato nel campo di Fossoli finirà appunto la propria esistenza terrena il 12 luglio 1944 nel poligono di tiro di Cibeno, frazione di Carpi. I corpi dei fucilati furono sepolti in una fossa scavata il giorno prima da internati ebrei. A cose finite, la fossa comune fu colmata e mascherata e il silenzio cadde sul fatto.

La stampa dell’Italia liberata diede grande rilievo all’esumazione delle vittime  e alle esegue solenni il 24 maggio 1945 nel Duomo di Milano celebrate dal Cardinal Schuster : fu forse il primo momento pubblico in cui popolazione e personalità politiche e militari si fusero unanimi nel compianto e nella condanna. Seguirono poi i funerali  a Busto Arsizio  che li tributo solenni  a Cullin Roberto con la sfilata di diverse brigate partigiane e l’intitolazione di una via (oggi riportata come via Culin, a seguito di un mutamento di cognome della famiglia).

La morte di Cullin – ricorda ancora il nipote Gorletta – rimase senza colpevoli: la vicenda dei “sessantasette martiri di Fossoli” fu infatti una di quelle che rimase per anni nascosta nei cosiddetti  “armadio della vergogna”, occultati per mezzo secolo per interesse politico (evitare attriti con la Germania, nel Dopoguerra alleata nel campo occidentale). Paradossalmente neppure la scoperta del fascicolo negli anni Novanta riuscirà comunque ad arrivare in tempo a definire una verità giudiziaria su quella strage.

Roberto Morandi
roberto.morandi@varesenews.it

Fare giornalismo vuol dire raccontare i fatti, avere il coraggio di interpretarli, a volte anche cercare nel passato le radici di ciò che viviamo. È quello che provo a fare a VareseNews.

Pubblicato il 15 Luglio 2024
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