Marsico: “Varese ha bisogno di una svolta, io ci sono”
Dopo anni lontano dai riflettori, l’ex consigliere regionale torna nel dibattito politico e apre alla candidatura per il 2027: «Metto a disposizione esperienza e percorso, senza velleità personali ma con spirito di servizio»
«Io ho dato la mia disponibilità partendo da un presupposto molto semplice: Varese ha bisogno di una svolta amministrativa. Se posso essere considerato un valore aggiunto, metto a disposizione la mia esperienza». Alcuni mesi fa Luca Marsico è uscito allo scoperto in vista delle elezioni amministrative che si terranno a Varese nel 2027.
Una lunga carriera politica tutta nelle file di Forza Italia fino a 8 anni fa. Ha iniziato trent’anni fa nel Comune di Brusimpiano, dove venne eletto consigliere comunale e vicesindaco dal 1996 al 2004, per poi diventare sindaco dal 2004 al 2009. Consigliere della Comunità Montana della Valceresio, incarico che manterrà fino al 2008, arrivando anche a ricoprire il ruolo di presidente tra il 2000 e il 2005. Parallelamente sviluppa un importante percorso in Provincia di Varese: consigliere provinciale dal 1997 al 2002 e successivamente assessore dal 2005 al 2013, con deleghe al patrimonio e beni architettonici, alla sicurezza e protezione civile, e infine all’ambiente, ecologia ed energia. Nel 2012 ricopre anche il ruolo di vicepresidente della Provincia. Sempre nel 2012 è vice coordinatore provinciale del Popolo della Libertà, mentre dal 2009 è consigliere comunale e capogruppo ad Arcisate. Il suo percorso istituzionale culmina con l’elezione a consigliere regionale della Lombardia per Forza Italia, incarico ricoperto dal 2013 al 2018.
Torna nella scuola di Sant’Alessandro dopo diversi anni. «Io potrei dirmi quasi un azionista di questi spazi perché ci ho passato nove anni della mia vita. I miei figli venivano a scuola qui e ricordo ancora le tante iniziative». L’intervista a Luca Marsico parte proprio da questi suoi ricordi e dalla sua dimensione privata.
«Sono sposato e ho tre figli: Attilio che ha quasi 20 anni e frequenta il primo anno di Giurisprudenza alla Statale di Milano, Massimo che ha 19 anni e sta per diplomarsi come geometra ed Edoardo che ha 15 anni e frequenta il ginnasio al Cairoli. Viviamo a Castronno, ed è una scelta che abbiamo fatto anni fa quando i bambini erano più piccoli per stare vicini ai nonni. Col tempo si è rivelata una decisione importante anche dal punto di vista umano, perché ti permette di crescere i figli in un contesto familiare più ampio e con un forte radicamento sul territorio».
Ha avuto una carriera molto articolata: esperienza nei Carabinieri, professione, amministrazione. Come è riuscito a tenere insieme tutto?
«Io non nasco figlio di avvocato e la mia esperienza nei Carabinieri non è limitata al servizio militare, ma deriva dal fatto che sono cresciuto in caserma a Malnate dove mio padre era comandante. Questo mi ha dato una formazione molto forte. La mia carriera professionale è iniziata in sordina: ho fatto pratica nello studio di Attilio Fontana e per un anno e mezzo sono stato in corridoio, davanti alla porta del bagno, perché non c’era posto. Mi disse “se vuoi ti metto lì”, e io risposi che andava bene lo stesso perché volevo fare quel lavoro. Parallelamente è iniziata l’attività amministrativa e mettere insieme tutto non è stato semplice. Ricordo che una volta mi definì “equilibrista”: era proprio così, cercare di tenere insieme famiglia, professione e impegno pubblico richiedeva uno sforzo continuo, ma era anche una grande motivazione».

Come nasce il suo impegno politico nel 1996?
«Nasce dalla voglia di essere parte del tessuto sociale del mio comune, Brusimpiano. Quando mi sono trasferito lì non conoscevo nessuno, ma il sindaco Giulio Morandi cercava una persona con una preparazione culturale e mi chiese di candidarmi. Con grande sorpresa risultai il consigliere più votato e fui nominato vicesindaco. Da lì è iniziato un percorso che non avevo programmato: prima l’esperienza da vicesindaco per diversi anni, poi la comunità montana, quindi la provincia e successivamente la regione. Tutto è nato da una spinta iniziale molto semplice: la voglia di partecipare e di dare un contributo concreto alla comunità».
Tra i ruoli che ha ricoperto, qual è stato il più formativo?
«Sicuramente il ruolo di sindaco. In un piccolo comune il rapporto con i cittadini è diretto e quotidiano, non mediato. Ti vengono a suonare a casa per qualsiasi cosa, dalla lampadina che non funziona ai problemi più complessi. È una dimensione molto concreta, fatta di vicinanza reale alle persone. È un ruolo che è allo stesso tempo gioia e fatica, ma ti forma più di qualsiasi altro perché ti mette davanti ai bisogni veri della comunità».
C’è un progetto di cui va particolarmente fiero, soprattutto negli anni in Provincia?
«Sì, senza dubbio il piano rifiuti della Provincia di Varese, quando ero assessore all’ambiente tra il 2008 e il 2013. È stato un lavoro importante perché sancì l’autosufficienza della provincia nello smaltimento dei rifiuti, cosa non affatto scontata per un territorio di quasi 900.000 abitanti. Quell’esperienza è stata fondamentale anche dopo, in Regione, quando sono diventato presidente della Commissione Ambiente, perché mi ha dato una visione completa e concreta delle politiche ambientali».
Nei mesi estivi ha iniziato a scrivere di Varese sui suoi social e ha ripreso ad avere visibilità anche sui media. Ha detto che Varese ha bisogno di essere amata “con un amore diverso”: cosa significa?
«Significa avere una partecipazione emotiva diversa nei confronti della città. Io riconosco qualità all’attuale amministrazione, ma ho sempre percepito un approccio un po’ algido. Credo invece serva un afflato diverso, una maggiore vicinanza emotiva alla città e ai cittadini, senza che questo vada a compromettere la capacità gestionale che un amministratore deve avere. È proprio da questa riflessione che è nato il mio ritorno nel dibattito pubblico, anche attraverso i social».
Insiste spesso sul tema di Piazza Repubblica, perché?
«Perché è un simbolo. È una riflessione che nasce da una visione molto concreta, direi empirica, della piazza. Mi è capitato di trovarmi lì con la mia famiglia e ho visto una piazza che non era vissuta come dovrebbe essere un luogo di aggregazione per una città. Questa cosa mi ha colpito molto e mi ha spinto a fare quel post che poi ha avuto anche un certo riscontro. Per me la piazza deve essere un luogo fruibile da parte di tutti, uno spazio che i cittadini sentono proprio, che vivono quotidianamente. Se questo non accade, significa che qualcosa non funziona e bisogna interrogarsi su come restituire quello spazio alla comunità. In questo senso, il tema di Piazza Repubblica diventa simbolico: non è solo una questione urbanistica, ma riguarda il modo in cui una città vive i suoi luoghi. Anche per questo avevo visto con favore l’idea di portare l’università nella caserma Garibaldi, perché avrebbe potuto contribuire a dare nuova vita a quell’area. Il punto è proprio questo: restituire Piazza Repubblica ai varesini significa restituire un luogo di aggregazione, un pezzo di identità della città che oggi, per come l’ho visto, non è pienamente espresso»
E sulla caserma Garibaldi e l’università, cosa non la convince?
«Non ho una critica ideologica su ciò che il Comune vuole fare, ma su ciò che si sarebbe potuto fare. Mi sono chiesto perché non si sia provato fino in fondo a portare l’università in caserma Garibaldi. Quello che mi ha colpito è stato un certo scollamento tra amministrazione e università, una difficoltà nel dialogo. Anche solo il non mettersi ad ascoltare fino in fondo le esigenze mi è sembrato un limite, perché il confronto dovrebbe essere sempre alla base delle scelte».
Quali sono oggi le priorità per Varese?
Si parla di una sua possibile candidatura come sindaco di Varese: a che punto siamo?
«Io ho dato la mia disponibilità. Parto da un presupposto che ho anche scritto in alcuni post, cioè che Varese, dal punto di vista amministrativo, abbia bisogno di una svolta. Credo che questi ultimi anni siano oggetto di una serie di valutazioni critiche e, partendo da questo, ho semplicemente detto che, se posso essere considerato un valore aggiunto, allora metto a disposizione la mia esperienza. La mia è una disponibilità, non una velleità personale irrefrenabile. Non c’è una spinta ambiziosa fine a sé stessa, ma la volontà di offrire un bagaglio di esperienze amministrative costruito in tanti anni di impegno. È chiaro che c’è anche un tema di consenso, ma bisogna distinguere bene: un conto sono i like o l’attenzione sui social, un altro è il consenso reale. Io su questo sono molto lucido e non faccio confusione. Se questa mia disponibilità verrà ritenuta utile in un percorso condiviso, bene; altrimenti non c’è alcuna forzatura. È semplicemente un mettersi al servizio, con serietà e con la consapevolezza di ciò che si è fatto e di ciò che si può ancora dare».
Hai ricevuto sostegno e anche un riconoscimento: che effetto le fa?
«Mi ha fatto molto piacere, perché significa che il percorso amministrativo che ho fatto fino al 2018 ha lasciato un buon ricordo. Per chi ha amministrato è un motivo di orgoglio, anche se magari un po’ trattenuto. Vuol dire che il lavoro svolto è stato riconosciuto dalle persone.».

Perché dopo oltre vent’anni lei lasciò Forza Italia?
«Non è stato uno strappo polemico. Non ho sbattuto la porta, ho semplicemente preso una strada diversa perché non mi riconoscevo più in quella comunità politica. Da allora non ho più aderito a nessun partito, pur avendo ricevuto proposte. È stata una scelta di coerenza personale».
Guardando indietro, cambierebbe qualcosa?
«No, sono orgoglioso di quello che ho fatto. Ho avuto tante esperienze amministrative e un riconoscimento professionale che non sono frutto del caso, ma di impegno e sacrificio. La fatica è stata tanta, ma rifarei lo stesso percorso.».
La politica oggi sa ancora ascoltare i cittadini?
«Io ho sempre fatto un mio motivo di vanto quello di avere tanti difetti, ma non la mancanza di capacità di ascolto. Credo che questo sia un punto fondamentale: chi fa amministrazione deve avere la capacità di ascoltare per comprendere davvero quali sono i bisogni delle persone e dei territori. Oggi questo aspetto è ancora più importante, perché il rischio è quello di diventare autoreferenziali. Se non ascolti, ti chiudi in una dimensione che non ha più contatto con la realtà e questo, per chi fa politica o amministrazione, è un vulnus molto serio. L’ascolto però non è solo un atteggiamento formale: deve essere reale, concreto, continuo. Significa mettersi nelle condizioni di capire, anche quando le richieste sono difficili o quando non è possibile dare subito una risposta. Perché è chiaro che non sempre tutto ciò che si ascolta può essere tradotto in azione amministrativa, ma resta comunque fondamentale il processo di comprensione. Se manca questo passaggio, si perde il collegamento con i cittadini. E una politica che non ascolta è una politica che rischia di non rappresentare più nessuno.».
Come vorrebbe vedere Varese tra dieci anni?
«Vorrei una città più marcatamente universitaria, perché credo che questa sia una vocazione che Varese può sviluppare molto di più. La presenza degli studenti, dei percorsi formativi, porta vitalità, porta movimento, porta anche una crescita culturale che si riflette su tutto il territorio. Allo stesso modo immagino una città più capace di sviluppare una propria inclinazione turistica, che è già nelle sue corde. Varese ha delle potenzialità evidenti, ma devono essere valorizzate con maggiore convinzione e continuità. Penso poi a una città con un decoro differente, più curata, più attenta ai dettagli, perché sono proprio questi elementi che fanno la differenza nella percezione quotidiana dei cittadini. E, infine, immagino una città in cui ci sia un sentimento diverso nell’amministrazione, una partecipazione più forte alla gestione della cosa pubblica. Come direbbero a Roma, una maggiore “partecipazione de core”, cioè una presenza più sentita, più coinvolta, più vicina ai cittadini».
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