Da Assisi a Loreto, la strada che diventa altare
A oltre settant’anni, la scoperta del primo pellegrinaggio a piedi diventa una sfida vinta tra natura, incontri inattesi e ritrovata fraternità
C’è sempre una prima volta per tutto: il primo bacio, il primo amore, il primo libro, la prima vacanza. Come dice il proverbio, la prima volta non si scorda mai. Così è stato per il mio primo cammino a piedi, un’esperienza completamente nuova per me, nata dall’invito di Roberto – un caro compagno delle elementari – e di Davide.
Entrambi belfortesi, erano già abituati a questo tipo di viaggi dello spirito. Roberto, sposato con Nerella, insegnante del Cairoli con cui condivido una viscerale passione per la poesia e la letteratura, mi ha esortato a partire.
Mi ha convinto a mettermi in viaggio con lui, di pochi mesi più “anziano” di me, per un pellegrinaggio silenzioso tra il verde e le colline che congiungono Assisi a Loreto, terra delle sue origini paterne.
Avendo già superato le settanta estati, ho accolto quel suggerimento quasi come una sfida. Prima di partire, però, ho avvertito il bisogno profondo di comprendere il significato intimo della parola pellegrinaggio, dedicandomi anche a una preparazione fisica basica per affrontare le lunghe distanze. Allenati il minimo necessario per questa avventura, ci siamo uniti ad altri tre veterani della provincia di Varese, camminatori con un carnet di tutto rispetto.
PARTENZA DA MILANO
Il nostro viaggio è iniziato di buon’ora ai binari della stazione di Milano. Lì, l’emozione si è tinta di rosso: tutti i miei compagni indossavano una maglietta scarlatta su cui era stampato, in caratteri bianchi, il nostro intranet lauretano. Poco più di 100 chilometri da percorrere a piedi in cinque giorni; cinque giorni che si sarebbero rivelati un forziere prezioso di aneddoti e ricordi. Il viaggio in treno è diventato il primo spazio di comunione, un tempo sospeso per stringere legami e accorciare le distanze. Ho conosciuto meglio Maurizio di Olgiate Comasco, un vero e proprio cavallo da tiro della camminata, già pronto a ripartire per l’Uzbekistan; Marco di Besnate, con cui abbiamo rispolverato vecchi ricordi legati al suo paese e scambiato suggestioni professionali sulla “logistica”; e infine Gianmario da Mornago, ex dipendente Mediaset in pensione, con cui è stato naturale ritrovare vecchie conoscenze comuni. In quel vagone, senza ancora muovere un passo, stavamo già diventando un corpo solo, una comunità di viandanti.
IL SANTUARIO DI ASSISI
Arrivati ad Assisi, siamo saliti al Santuario, magnificamente restaurato dopo le ferite del terremoto. Lì, davanti alla tomba di San Francesco, il cuore ha trovato il suo baricentro. Abbiamo recitato insieme la preghiera del pellegrino, rendendo omaggio a colui che per primo ha reso nobili i sentieri del mondo, trasformando il camminare in un atto quotidiano di lode. Francesco non cercava mete, ma spazi di spoliazione: senza saperlo, ha insegnato all’umanità che la strada stessa può farsi altare.Da quel momento in poi, il viaggio ha cambiato ritmo. È iniziato il grande silenzio. Salvo le soste necessarie, i nostri passi sono sprofondati in un rigido e fecondo mutismo, immergendoci in un’aura mitica e straordinaria. Era lo stesso silenzio dei nostri antenati medievali che percorrevano queste vie per sussistenza o commercio, ma che tra questi paesaggi selvaggi cercavano, come noi, una risposta al cielo. La terra si è svelata un borgo alla volta, unendo l‘Umbria e le Marche in un unico rosario di bellezza: lo stupore di Spello, la quiete di Colfiorito, l’accoglienza di Muccia, l’emozione intima di Belforte del Chienti, e poi Camerino, Tolentino, fino alla meta finale.
LA POESIA SCRITTA DALLA NATURA
Lo spettacolo che i nostri occhi hanno potuto contemplare era una poesia scritta nella natura: sterminati campi di frumento non ancora maturo che ondeggiavano al vento, sentieri impervi, salite dure che mozzavano il fiato, e boschi dal profumo denso, primordiale. Proprio lungo queste salite, dove la fatica si è fatta sentire più duramente, la strada ci ha regalato una delle sue sorprese più belle e provvidenziali. Arrivati nei pressi di Serravalle di Chienti, io e Roberto eravamo decisamente doloranti, con le gambe che cominciavano a chiedere tregua. È a quel punto che il cammino ha preso le sembianze di una ragazza del posto, dal nome che era già una promessa: Gioia. Con straordinaria gentilezza, Gioia ci ha letteralmente “raccolti” e scortati fino alla sua Locanda di Montigno. Lì, in un’atmosfera calda e accogliente, ci siamo rifocillati da re: un memorabile pranzo a base di pappardelle ai funghi porcini e tagliatelle al sugo di cinghiale, il tutto generosamente innaffiato con del superbo Rosso Piceno. Tra un brindisi e l’altro abbiamo recuperato non solo le forze fisiche ma anche il buonumore.
UN CAMMINO PUÒ GUARIRE
Un piccolo miracolo quotidiano, una sosta simpatica e provvidenziale che ci ha ricordato come il pellegrinaggio sia fatto sì di isolamento, ma anche di braccia tese pronte a darti ristoro e calore quando ne hai più bisogno. Il mio amico Isidoro, psichiatra, mi ha ricordato che i cammini rappresentano una cura per certi disturbi della psiche, corroborando il proverbio “mens sana in corpore sano“. In questo scenario complessivo, la fatica si è trasfigurata. Ho capito, soprattutto nei momenti più difficili e lungo i crinali più ripidi, che lo sforzo condiviso smette di essere un peso e burnout diventa mistero. Guardare la schiena del compagno davanti a te, sentirne il passo regolare, condividere lo stesso orizzonte con persone splendide, trasforma il cammino in un’autentica preghiera corale. Stare insieme, nel silenzio, nello sforzo e persino attorno a una tavola imbandita, è come pregare. Infine, Loreto ci ha accolti. Davanti alla sbiadita maestà della Madonna Nera, protettrice dei viaggiatori e degli aviatori, il cerchio si è chiuso. Guardando quelle pietre che la tradizione vuole trasportate in volo dagli angeli da Nazareth, ho compreso il senso del nostro camminare. Eravamo partiti come individui separati dai binari di Milano; siamo arrivati sotto lo sguardo della Vergine uniti da un profondo spirito di appartenenza, da un inedita amicizia, custodi di una bellezza vista per la prima volta e, per questo, eterna.
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