«Adozioni, più dignità per le famiglie»

Intervista ad Alessandro Maria Fucili, direttore del CeIs Ancona Onlus e autore della proposta per modificare la legge sulle adozioni internazionali

«In tema di adozioni forse era meglio il Far west di ieri, che non la situazione di oggi». Una dichiarazione a dir poco provocatoria quella di Alessandro Maria Fucili, direttore del Ceis Ancona  Onlus  e fondatore del portale www.loretobambino.it, dedicato all’adozione e diventato in meno di due anni il punto di riferimento di oltre 5 mila famiglie italiane. Fucili ha lanciato non solo la provocazione, ma anche una proposta per cambiare l’attuale legge sulle adozioni.
La nuova legge sulle adozioni internazionali ha tentato di fare un po’ d’ordine in un settore lasciato al fai da te, che dava poche garanzie alle famiglie e ai bambini. Perché secondo lei è da cambiare?
«Le intenzioni erano buone, ma, come tutte le cose italiane, questa legge ha degli aspetti pratici che sono discutibilissimi e dannosi, che noi riassumiamo in 5 emendamenti».
Quali sono?
«Noi chiediamo che  le adozioni internazionali siano gratuite come quelle nazionali. Non è una questione di soldi, ma di principio, perché se lo Stato antepone nelle adozioni nostrane il diritto superiore del bambino, non si capisce perché se il bambino è straniero questo principio non valga più».
È innegabile però che esistano dei costi maggiori.
«È vero, ma è anche necessario che lo Stato, in tema di adozioni, accolga la convenzione di New York e si ponga su un piano etico e morale. Lo Stato dice che si tratta di cifre basse. Bene, se sono così basse lo Stato se ne faccia carico e aiuti le famiglie e soprattutto i bambini».
Quanto costa adottare un bambino all’estero?
«Si oscilla dai13 mila euro, fino ai 24 mila. Queste sono le cifre ufficiali, ma esiste una partita invisibile, in nero, per usare un’espressione che tutti capiscono. Provate ad andare ad adottare in Sudamerica, in paesi come la Colombia o in Ucraina, dove esistono le infiltrazioni mafiose».
L’altro punto che voi contestate pesantemente è il ruolo degli enti intermediatori, autorizzati dallo Stato, che devono obbligatoriamente accompagnare le famiglie nei vari passaggi dell’adozione all’estero.
«Nella legge c’è una delega a questi enti che di fatto costituiscono un oligopolio, un potere. Alcuni di questi lavorano anche con venti paesi stranieri. C’è un primo problema che riguarda il loro controllo, che spesso viene fatto sulla parola. Essendo l’iter dell’adozione molto complesso, si dovrebbe creare anche una banca dati, che nessuno però vuole fare, perché questo stato di cose è favorevole a certi interessi economici. Non è ammissibile che tutto viaggi ancora su carta. Pensate che per un fax poco leggibile ci sono famiglie che fanno viaggi a vuoto all’altro capo del mondo».
Un esempio concreto di questo potere?
«La Russia ad un certo punto ha limitato il rapporto con gli enti italiani, lasciandone  accreditati solo tredici, sui venti totali. Gli enti esclusi si sono ben guardati dal comunicarlo alle famiglie,  molte delle quali, quasi trecento, si sono affidate inutilmente a loro, nonostante questi non potessero più operare in Russia.
Il CAI (commissione adozioni internazionali), che ha anche funzioni di controllo, non si è preoccupato di depennarli dagli elenchi degli enti accreditati. Nessuno si è preoccupato di avvertire le famiglie, ma la cosa più grave è che nessuno li ha sanzionati, nessuno gli ha fatto causa».
Gli enti, secondo lei, sono necessari in questo meccanismo?
«Il problema non è se siano necessari o meno, il problema è la loro organizzazione, i ruoli e come dicevo prima i controlli. Ci vuole più trasparenza ed è meglio che ci siano molti enti che abbiano rapporti con pochi paesi stranieri, tre, al massimo quattro, in modo che possano maturare un’esperienza specifica e avere interlocutori seri e affidabili. Invece il tentativo è quello di restringere molto il numero, per concentrare il potere nelle mani di pochi. Poi c’è il problema della formazione che lo Stato ha finanziato, in maniera ingente, solo per gli operatori di questi enti, e non per quelli delle fasi antecedenti che sono altrettanto delicate».
In tutto questo le famiglie che ruolo hanno?
«Sono in un rapporto di completa sudditanza con gli enti. Dovendo sottostare alla loro valutazione per poter adottare, sono ricattabili sul piano affettivo. E comunque sono in balia delle paturnie dei vari operatori che incontrano nelle diverse fasi. Occorre  più oggettività e più preparazione. Io lavoro in questo campo da più di vent’anni e ne ho viste di tutti i colori. La coppia che va ad adottare va rispettata e posta su un piano di dignità vera. L’accoglienza del bambino deve iniziare da lì».
Lei ha adottato dei figli?

«Ne ho tre, ma nessuno di loro è adottato»


di redazione@varesenews.it
Pubblicato il 21 aprile 2004
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