Don Milani, cinquanta anni dopo, continua la provocazione

Il 7 dicembre 1954 il priore arrivava a Barbiana. Intervista con Agostino Burberi, Gosto, il primo alunno della scuola

Sono passati cinquant’anni esatti ma Agostino Burberi, Gosto, ricorda come fosse ora la prima vista di quel prete che gli avrebbe cambiato la vita.

«Era il 7 dicembre 1954. Io facevo il chierichetto mentre il vecchio parroco don Torquato Mugnanini recitava le litanie alla novena per festa della Madonna. Ero vicino all’altare quando all’improvviso si aprì la porta della chiesa. Don Lorenzo Milani  entrò e si mise in ginocchio a pregare. Aveva un pastrano nero ed era tutto bagnato. Quest’immagine ce l’ho stampata e non me la dimenticherò più».

Don Milani era la prima volta che andava a Barbiana. Arrivò a piedi sotto l’acqua perché fin lassù non arrivava nessuna strada. E ne sapevano qualcosa i suoi ragazzi di Calenzano che avevano fatto il trasloco delle sue poche cose. Avevano dovuto lasciare il camion pochi chilometri fuori Vicchio e trasportare tutto con un carro di buoi. Barbiana significava l’esilio per quel giovane prete che aveva posizioni troppo scomode per il vescovo di Firenze. Barbiana sarebbe significato farlo tacere per sempre. Ma più o meno come capitò a Gramsci non è possibile rinchiudere le idee, le profezie e così quel paesino di duecento anime per circa vent’anni divenne uno dei centri più vivaci d’Italia, tanto che ancora oggi il messaggio di don Milani è considerato vivo e una forte provocazione.

Il primo suo alunno fu Gosto. Un bimbo che allora aveva otto anni e che si vergognava di tutto. Agostino Burberi era nato e viveva a Castello poco sopra la chiesa. Da molti anni vive e lavora a Busto Arsizio. Prima, come sindacalista della Cisl e poi come imprenditore. Insieme con alcuni suoi colleghi ha fondato e diretto la catena di agenzie di viaggio Le Marmotte.

Barbiana allora era popolata da poche famiglie. A metà costa del monte Giovi, sopra Vicchio nel Mugello. Non vi arrivava nessuna strada e non c’era la corrente elettrica.

«Barbiana, – racconta Burberi, –  si stava spopolando. Tanto più che con la dipartita di don Torquato non ci sarebbe stato più un prete. L’arrivo di don Milani era inaspettato. Era giovane, 31 anni, bello, colto, di una buona famiglia fiorentina. Non capivamo cosa ci venisse a fare in questo posto sperduto».

Come ricorda il suo primo incontro?
«Dopo la novena entrò in sacrestia e si mise a parlare anche con noi, ma questo l’ho saputo dopo perché io ero timidissimo e mi nascondevo. Quando la mattina dopo venne a casa mia non mi feci trovare. Don Lorenzo mi chiamava: “dai Gosto vieni fuori, abbiamo parlato ieri sera non ricordi”? ma ero troppo impaurito. Non osavo chiedere niente. Ricordo che una sera mi trattenni di più in canonica perché i suoi ragazzi di Calenzano stavano finendo di montare i mobili. Era buio e avevo paura ad andare a casa da solo, ma dissi che non era un problema».


Come era la sua vita prima dell’arrivo di don Milani?

«Facevo la terza elementare e andavo a Padulino, un paesino subito prima di Vicchio. Era una pluriclasse ed ero stato bocciato in prima perché non ero capace di fare le aste dritte. Ero schivo, timido, un ragazzo di montagna».

Di questa umiltà don Milani parla in una lettera citandola esplicitamente: “Dopo matura riflessione ho deciso che l’umiltà è la rovina della classe operaia e peggio ancora contadina e montanara. Gosto senza di me era un pastorello scontroso e umiliato che avrebbe imitato da schiavo le usanze del mondo. Ora è vivace, battagliero, sicuro di sé”. È stato davvero così importante l’incontro con don Milani?

«Si, ci ha cambiato la vita. Per me è stato davvero tutto: il padre, il prete, il confessore, il maestro. Ci ha amato come noi abbiamo amato lui. Senza di lui non so oggi come sarei…».

Torniamo a quei giorni a Barbiana. Quando iniziò a parlare del progetto di fare una scuola?

«Quasi subito. Iniziò con alcuni ragazzi una specie di doposcuola e poi continuò con cinque di noi: io, Carlo Carotti, Carlo Tagliaferro, Aldo Bozzolini e Silvano Salimbeni. Il pomeriggio, la domenica e tutta l’estate stavamo con lui. Poi finite le elementari, io recuperai l’anno perso sostenendo gli esami da privatista alla fine della quarta, iniziammo a fare scuola a tempo pieno come avviamento industriale. In tutta la zona non esisteva una sola scuola e la riforma delle medie arrivò dopo qualche anno. A noi poi, nel 1956 si unì Michele Gesualdi e più tardi suo fratello Francuccio».

Come avvenne questo incontro con Michele?

«Eravamo di ritorno da un viaggio a Roma, ce lo portò alla stazione di Firenze un sacerdote amico di don Lorenzo. Noi cinque lo guardammo in cagnesco tutto il viaggio. Eravamo gelosi dell’affetto del priore, ma poi divenne uno di noi. Michele viveva nella canonica con don Lorenzo». (nella foto Gosto è il primo a sinistra)

Don Milani era molto duro con gli intellettuali, però diversi di loro divennero di casa a Barbiana. Chi ricorda in particolare?

«Il professor Ammanniti prima di tutto. Quando Milani era a Calenzano lo additò come uno da non votare alle elezioni perché massone. Il professore ci restò malissimo e dopo un po’ iniziò a frequentare questo prete così diverso dagli altri. Dedicò la sua vita a Barbiana. Appena era libero veniva a trovarci e ci fece amare I promessi sposi, la Divina commedia. Le sapeva a memoria. Ricordo anche Elena Pirelli. Venne a trovarci dopo un nostro viaggio a Milano a cui seguirono molti nostri temi che attaccavano i padroni che sfruttavano gli operai. Lei volle venire a Barbiana e in mezzo a noi che l’attaccavamo scoppiò a piangere. Ricordo fu un momento delicatissimo e da lì nacque una vera amicizia e quando poteva ci aiutava».


"Fare parti uguali tra diseguali è la cosa più ingiusta del mondo". Don Milani ha insistito molto su questo aspetto delle disuguaglianze. Quanto vi ha condizionato?
«Lui era molto severo e ci spingeva ad essere critici. Ad essere sempre sicuri e così quando arrivava qualcuno nuovo lui diventava un direttore d’orchestra e noi eravamo molto duri. Era un modo per metterci alla prova per non farci sentire inferiori»

Molti accusano don Milani di avervi plagiati e di non avervi dato autonomia?

«Questo è falso. Basta guardare cosa siamo oggi. Nessuno fa il prete e pochi hanno fatto quello che a lui sarebbe piaciuto. Diversi nemmeno ne parlano più. La verità è che era difficile guadagnarsi l’autonomia. Era molto geloso e aveva paura di perderci. Questo lo faceva irrigidire e anche soffrire molto. Quando io iniziai a lavorare appena tornavo da lui sostenevo tesi che lo facevano arrabbiare perché io non accettavo quella sua rigidità. Cercavo una mia strada e lui ne soffriva davvero, ma non ero disposto a tornare indietro. Don Milani mi capì quando una domenica presi i miei compagni di lavoro e li portai a Barbiana. Don Milani rimase molto colpito da quel mio gesto e iniziò il disgelo».

Come ricorda la sua morte?

«Per me è stata una cosa bella. Ero militare e appena potevo andavo da lui a Firenze in casa di sua mamma ad assisterlo. Era giovane, 44 anni, soffriva molto, non parlava quasi più e comunicava scrivendo, ma era sereno, come avesse preparato tutto. Io non c’ero quando morì e non andai nemmeno ai funerali perché ero militare a Vipiteno. Si spense poco a poco. La sua vita ha avuto tre fasi. Nella prima lui si spogliò di tutto, voleva diventare povero come i montanari con cui viveva. Nella seconda capì che doveva fare un altro passo perché anche la sua ricchezza intellettuale lo condizionava e allora ruppe con tutti tranne che con i poveri che di fatto lo camparono sempre. Nella terza, poco prima di morire, vi fu la riconciliazione. Il vescovo andava a portargli l’Eucarestia tutte le mattine. Volle vedere tutti e prendere commiato da loro».

Su don Milani sono stati scritti decine di libri e continuano a uscirne. Si sono occupati di lui tutti i maggiori intellettuali dagli anni sessanta a oggi. Anche nelle ultime settimane i maggiori media hanno ripreso la sua vita. Don Milani rimarrà alla storia per le sue posizioni di rottura, per il suo pacifismo, ma soprattutto per la scuola di Barbiana e per Lettera a una professoressa che resta uno degli atti d’accusa più duro contro il sistema scolastico classista. Don Milani non ha fatto in tempo a vivere il Concilio Vaticano secondo e non ha conosciuto la teologia della liberazione, ma la sua scelta di campo dalla parte dei poveri rimane ancora oggi una spina nel fianco di quella chiesa a cui lui giovane ed ebreo si era convertito.

Sulla sua eredità purtroppo molti si sono scontrati. Burberi, malgrado il ruolo centrale nella storia di Barbiana, e malgrado abbia ancorala casa dove è nato e quindi spesso torni in quei luoghi, ha sempre preferito non fare polemiche. Il suo rapporto fraterno con Michele Gesualdi (nella foto a destra durante il suo mandato come Presidente della provincia di Firenze) ha fatto sì che lo difendesse sempre anche quando Michele ha vissuto con ostilità quanti provassero a toccare la figura del “suo” don Milani. Ora, a cinquant’anni di distanza si sta lavorando a un progetto importante: la Fondazione Don Lorenzo Milani in cui far confluire tutti i documenti e al tempo stesso sistemare tutta Barbiana, la cui chiesa e canonica sono state concesse in comodato dalla Curia proprio alla Fondazione. Chi volesse saperne di più, e magari iscriversi e sottoscrivere, può visitare il sito.

Per chi lo ha avuto come padre spirituale la domanda che emerge più spesso è quella di provare a pensare che cosa avrebbe fatto in questo nostro mondo così diverso, ma anche così controverso.

di redazione@varesenews.it
Pubblicato il 06 dicembre 2004
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