La comunità e le piccole patrie

Commento di Angelo Zappoli, del Circolo Varese Rifondazione Comunista, che cerca di uscire dalla cronaca politica attuale

Riceviamo e pubblichiamo

In questa campagna elettorale che le destre cercano di condurre all’insegna del “dopo di noi il diluvio”, uno degli elementi di maggiore negatività é rappresentato dalla quantità di xenofobia e razzismo che viene utilizzata da chi sfodera enfasi retorica “occidentale” ed istiga allo “scontro di civiltà”, in maniera ben più subdola e con ben maggiore capacità di penetrazione di qualunque maglietta di Calderoli. Questa congrega di “crociati” trova terreno fertile nella sub-cultura dei localismi, delle piccole patrie, che trova numerosi apologeti dalle nostre parti, e si riempie la bocca del termine “comunità”.

Conviene allora riprendere il significato delle parole, visto l’uso ideologico che ne viene fatto, e ricordare che la parola “comunità” non ha nulla a che spartire con le piccole patrie. Infatti la comunità non é un qualcosa che si possiede in comune, un territorio da separare e difendere da coloro che non ne fanno parte in quanto non ne possiedono una porzione, ma é una “zona vuota”, un debito e viceversa un dono (in latino munus, una parola che poteva avere diversi significati, da servizio a dono a impegno a dovere, ma certo non un significato di possesso). In questo senso la comunità é l’insieme di  persone unite non da una proprietà, ma da un dovere comune alla comune cura, che é insieme un debito reciproco.

Nella società in cui viviamo, dove insiste una fortissima spinta all’individualismo ed alla competizione, il richiamo ad una falsa comunità riesce a fare breccia, giocando sulla sensazione di spaesamento che molti vivono, sulla sensazione di sradicamento dato anche dalla continua proposizione mediatica di realtà virtuali e fittizie (dalla virtualità pubblicitaria a quella dell’informazione, dalle fiction ai grandi fratelli e simili) presentate come migliori e possibili, ovviamente non per tutti. Da queste sensazioni di spaesamento e di insicurezza nascono le paure dell’altro e in queste paure affondano le radici le ideologie razziste, a loro volta terreno di origine di tutte le ideologie totalitarie, anche nelle forme più moderne, mediatiche, occidentalizzate, tecnologiche e “soffici”.

Quando l’ideologia dominante spinge le persone a vivere nel privato, al massimo in piccoli nuclei familiari o amicali o di “bande”, isolati dal contesto, quando uno dei maggiori luoghi di incontro, ma non di relazione, sono i centri commerciali, quando i doni assumono valore in rapporto al loro costo, quando anche noi diventiamo “merce” che guarda, compera, si relaziona con altra “merce”, abbiamo il senso pieno del significato di “mercato”, abbiamo su di noi il peso del trionfo del pensiero capitalista.

In questa situazione é difficile difficile fare politica, costruire comunità politica, é, é difficile curare i nostri beni comuni. E’ necessario ricostruire comunicazione fra le persone, costruire dialogo, mettere in circolazione parole, nominare il mondo che abbiamo intorno: é una parte della realtà che il mercato non é riuscito ancora ad occupare e può essere uno dei punti da cui ripartire, per arginare la devastazione sociale e d ambientale, per fermare la “nostra” precarietà ed il nostro “essere superflui” in una società in cui si fanno soldi con i soldi, in cui le istituzioni politiche paiono subire una deriva autoritaria, il cui la guerra torna ad essere praticata e teorizzata come strumento possibile o necessario.

Potrà sembrare un discorso lontano dallo scontro politico in atto, ma ne é parte essenziale, visto che uno dei due schieramenti assume proprio il rifiuto della comunità, il rifiuto della politica, il rifiuto del bene comune, assume la difesa delle piccole patrie, lo scontro di civiltà, come suo caposaldo teorico. Se guardiamo ai contenuti dei manifesti leghisti affissi in questi giorni, vediamo enfatizzato proprio il messaggio di chiusura: da un lato il no all’altro, al diverso, dall’altro la riproposizione (peraltro vagamente funerea come affetto) del volto del presunto padre della loro piccola patria. Un messaggio chiaro: l’affido al “padre” per difendere la “famiglia” dall’“uomo nero”. Il messaggio di chi vive in un mondo chiuso, privo di ogni vero senso di “communitas”: non a caso in casa leghista si sprecano le nostalgie per medioevi immaginari, castelli, cavalieri coraggiosi e crociate.

Chi vuole che la sconfitta di questo schieramento rappresenti anche la sconfitta di questo “mercato”, di questo “pensiero”, di questa ideologia patriarcale e nostalgica, deve sforzarsi di uscire dal terreno di confronto che vorrebbero imporci e ricominciare a pensare, dialogare, fare comunità intorno a valori ed a beni che non sono confinabili in nessuna “padania” di nessun “occidente”.

di redazione@varesenews.it
Pubblicato il 27 marzo 2006
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