Evitare il carcere ai tossicodipendenti: Varese studia come

I ministeri di Grazia e Giustizia e della Sanità hanno affidato all'Asl di Varese lo studio di un modello basato sulle misure alternative alla detenzione per chi si droga

Come evitare che quanti delinquono per motivi legati alla droga ricadano nello stesso reato? Lo studio di un modello alternativo nel campo della tossicodipendenza è stato affidato alle Regioni Toscana e Lombardia e dal Pirellone l’incarico è arrivato sulla scrivania di Vincenzo Marino, responsabile del Dipartimento delle Dipendenze dell’Asl di Varese.
Marino sta organizzando un’equipe di studio a livello nazionale che, dopo aver analizzato la fotografia dettagliata della situazione, mirando soprattutto a scoprire come e quando vengono applicate le misure alternative alla detenzione,  elaborerà un modello. Entro un anno l’equipe dovrà trovare un canale alternativo alla detenzione che migliori soprattutto il recupero fisico del detenuto, individuando strumenti e strategie utilizzabili per il monitoraggio e la valutazione dei programmi di affidamento alle misure alternative. «L’incarico, secondo la giustificazione testuale contenuta nella delibera – spiega il dottor Marino – è legata alle caratteristiche organizzative e all’esperienze professionali rilevate nel nostro dipartimento». 

Il progetto, ancora allo stadio iniziale, si avvale della consulenza della facoltà di Scienze Giuridiche dell’Università dell’Insubria che fornirà docenti esperti a preparare una squadra chiamata ad operare nelle regioni ( attualmente 12) che hanno aderito all’iniziativa.  «Ad oggi manca uno studio statistico preciso sulla popolazione carceraria italiana relativamente ai suoi dati clinici – continua il responsabile varesino – per prima cosa, dunque, dovremo introdurre una cartella clinica unica ( già realizzata dalla Toscana) che dia informazioni più precise, come quelle in uso nei paesi del nord Europa».

L’esigenza di elaborare un nuovo modello nasce da un’emergenza seria e ineludibile: le carceri scoppiano. Prima dell’applicazione dell’indulto, il numero totale di detenuti italiani era  61264 suddivisi in 207 istituti tra case di reclusioni, case circondarili e istituti per le misure di sicurezza. In Lombardia nelle carceri erano ospitate 8237 persone, a fronte di una capienza massima di 5649 posti. L’indulto ha alleggerito la pressione ma non rappresenta la soluzione del problema del sovraffollamento.
I ministeri di Grazia e Giustizia e della Salute hanno pensato di studiare la tipologia dei carcerati scoprendo che almeno il 30% della popolazione residente negli istituti di pena è tossicodipendente. In Lombadia, per esempio, il 43% dei detenuti è in carcere per spaccio e piccoli reati legati al mondo della droga: mentre i reati commessi dagli italiani sono per lo più dovuti al recupero di soldi per comprare gli stupefacenti, tra gli strabieri è più diffusa l’accusa di spaccio.
Il 51% della popolazione carceraria lombarda ha un’età ricompresa tra i 25 e i 39 anni, percentuale che sale al 64% se si eleva il campo di indagine fino ai 44 anni.

L’analisi di questi dati statistici ha indotto i ministeri a destinare 775 mila euro allo studio di un percorso di recupero "ottimale" dei tossicodipendenti.
La legge italiana prevede  misure alternative alla detenzione per piccoli reati, ma non sempre queste misure vengono applicate e, soprattutto, molti dubitano del loro valore dissuasivo. Certo è che, all’interno delle mura carcerarie, si formano associazioni malavitose che non aiutano il tossicodipendente a uscire dal suo tunnel. 

di redazione@varesenews.it
Pubblicato il 14 dicembre 2006
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