L’idea di Patria non è un’esclusiva fascista

Domani è il 25 aprile. Per contribuire anche noi a una degna celebrazione abbiamo pensato di tirare giù dagli scaffali della nostra biblioteca un libro apparso per la prima volta ad Alba nel 1946. Uno dei libri più belli della ormai vastissima letteratura dedicata alla Resistenza. Inoltre l’edizione che suggeriamo, è arricchita da un bellissimo saggio del linguista Beccaria, pubblicato l’anno prima nella «Rivista di filosofia». E già… Perché Pietro Chiodi (1915-1970) fu filosofo e dedicò buona parte dei suoi studi ad Heidegger, all’esistenzialismo e a Kant. Ma fu anche partigiano combattente, la cui esperienza è restituita senza retorica e con una forma asciutta ed essenziale in questo volume che si presenta al lettore come un «documentario storico».

Le tipologie testuali che sono solitamente comprese sotto la voce “letteratura della Resistenza” sono molte e molto diverse tra loro. Comprendono diari e memorie di combattenti, racconti e poesie di partigiani, memorie e racconti di deportati e di internati nei campi di concentramento, epistolari e carteggi, opere letterarie. Il volume di Chiodi è difficilmente catalogabile sotto una di queste voci. Si tratta di un diario, certo, ma non è possibile escludere, come si dice nell’Introduzione, «la componente di narratività» e l’uso sapiente del «montaggio» e della «regia». La sua «semplicità letteraria» – citiamo ancora dalle pagine di Beccaria – scaturisce «dal respiro epico di una scrittura in tensione».

Nel settembre del 1943 Chiodi insegnava al Liceo di Alba insieme a Leonardo Cocito. Tra i suoi alunni c’era Beppe Fenoglio, che ne ripropose la figura in Primavera di bellezza (nel personaggio del professore Monti) e nel Partigiano Johnny. Perché un tranquillo insegnante e studioso decise di rimettere in gioco la propria vita e intraprendere un’esperienza estrema come la lotta armata? Ne dà una stupenda motivazione lo stesso Chiodi: «Perché mi sono impegnato in questa lotta? Perché sono qui quando tanti più sani e forti di me vivono tranquilli sfruttando la situazione? Ripenso alla mia vita di studio, al mio lavoro su Heidegger interrotto. Perché ho abbandonato tutto questo? Mi ricordo con precisione: una strada piena di sangue e un carro con quattro cadaveri vicino al Mussotto. Il cantoniere che dice: – È meglio morire che sopportare tutto questo -. Sì è allora che ho deciso di gettarmi allo sbaraglio. Avevo sempre odiato il fascismo ma da quel momento avevo sentito che non avrei più potuto vivere in un mondo che accettava qualcosa di simile, fra gente che non insorgeva pazza di furore, contro queste belve.» (p. 41)

Le morti, la morte, sono il filo conduttore di questa storia, che, classicamente, ha una struttura circolare: inizia il 15 settembre 1939 con la figura di Leone e si conclude il 20 maggio del 1945 con lo stesso personaggio. Tredici pagine sono dedicate al periodo 1939-1943, ottantadue al 1944 e cinquanta all’ultimo anno di guerra. Nel 1944 Chiodi venne catturato e trasferito in un campo di prigionia Austria. Da qui riuscì a scappare e a far ritorno in Italia, nelle sue Langhe, per riprendere le armi contro i nazifascisti. Ancora una volta, la motivazione che spinge a riprendere le armi si legge nella parole che l’autore rivolge ad un prigioniero: «Sono venti mesi che ci braccate come belve, che ci fucilate, ci impiccate, che incendiate. O per voi, o per noi non c’è più posto in Italia.» (p. 138)

È, insomma, il confronto tra alternative (non solo antagoniste) idee di Patria. La Patria di Piero Chiodi è quella che egli scopre osservando il suo Liceo pieno di luce, splendente: «Sento che è una piccola parte della mia Patria. Quella parte in cui io sono chiamato a compiere il mio dovere verso di Lei. È la prima volta che mi accorgo di avere una Patria come qualcosa di mio, di affidato, in parte, anche a me, alla mia intelligenza, al mio coraggio, al mio spirito di sacrificio.» (p. 14)

È un’immagine, questa, commovente e tuttavia immune da qualsiasi retorica. Il senso di un’appartenenza fondata sul reciproco riconoscimento, sul senso di responsabilità e sulla partecipazione. Un’idea di Patria che ci piacerebbe riscoprire e coltivare.

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Pietro Chiodi
Banditi

Introduzione Gianluigi Beccaria

Torino

Einaudi  2002
p. XXXI-159

Euro 7,50

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A proposito

«Il professore era al Nazionale, nell’ultima saletta che comunicava con le vecchie scuderie e per di lì per un zig-zag di vicoli agli argini. La scarsa luce incendiò sproporzionatamente le lenti di Chiodi quando si voltò al suono del suo passo ansioso. […] Chiodi s’era alzato, nella sua orsina massiccità di montanino corretto da anni di esistenza pianurale.»

Beppe Fenoglio, Il partigiano Johnny, cap. 2

di redazione@varesenews.it
Pubblicato il 24 aprile 2007
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