Due mesi “on the road”… a testa in giù

Un po' per lavoro e molto per turismo, Stefano Marcora ha viaggiato fra Bolivia, Cile e Argentina. Problemi sociali e natura maestosa di un continente che cambia

Il Sudamerica è un mondo affascinante e contraddittorio, sotto il profilo umano come sotto quello geografico. Chi lo raggiunge dopo il lungo volo attraverso l’immensità dell’Atlantico, ne torna arricchito. Ne è convinto Stefano Marcora (foto), socio di Legambiente e impegnato in progetti di educazione ambientale, che ha trascorso la scorsa estate, anzi pardon, lo scorso inverno (parliamo di emisfero sud, dove le stagioni sono invertite) viaggiando fra Bolivia, Cile ed Argentina, un po’ per lavoro, molto per turismo, e riportandone immagini e storie particolari. Due mesi, da metà luglio a metà settembre, e migliaia di chilometri in aereo e autobus per tornare e raccontare.

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La parte lavorativa del viaggio di Marcora si è svolta come una parentesi all’interno di un itinerario che lo visto partire ed arrivare a Buenos Aires. Stefano ha trovato l’immensa capitale argentina «più bella di Madrid stessa, e anche più vivace». Una città molto "europea" nelle architetture, a schiacciante prevalenza bianca, come in genere l’Argentina, eppure ad ogni angolo di strada si possono incontrare i discendenti degli indios – spesso immigrati poverissimi da Perù e Bolivia. Prima di volare in quest’ultimo Paese, Marcora si è dedicato ad un accurato tour in autobus dell’Argentina centrale, delle sue maggiori città come Rosario e Còrdoba e della regione dell’Entre Rios, terra di gente estremamente ospitale, dove la carne bovina e l’infuso di yerba mate sono il pane e l’acqua quotidiani.

Volato a Santa Cruz de La Sierra, Marcora ha ritrovato visi a lui familiari, visto che già una decina di anni fa vi ha dimorato a lungo per progetti di cooperazione. E due microprogetti da lui proposti a Legambiente Lombardia lo hanno visto impegnato al fianco di amici rivisti dopo parecchio tempo. Si tratta di un corso di educazione e gestione ambientale su Cd audio realizzato da Radio Alternativa, emittente espressione della Casa de la Mujer di Santa Cruz, e di un progetto di silvicoltura e riforestazione nella zona di Yapacanì, a circa 120 km da Santa Cruz. La regione è quella della Bolivia orientale, "bassa" o amazzonica, ricca di petrolio e gas e in rotta con il governo di Evo Morales, che è invece popolarissimo invece tra gli indios purosangue. Complicazioni politiche a parte, Santa Cruz, racconta Marcora, è una fiorente città di ormai oltre un milione e mezzo di abitanti, affogata in una calura umida di tanto in tanto spenta dal sur, il vento freddo che arriva dall’Argentina. 
Visitando le regioni al confine con il Mato Grosso brasiliano, Marcora ha potuto incontrare le comunità indigene, constatandone le difficoltà quotidiane: grande povertà, fame di terra, un ambiente aspro e lussureggiante ma spesso compromesso da pratiche sconsiderate come l’incendio di vaste estensioni. La foresta primigenia recede infatti a favore di allevamento e agricoltura intensivi promossi in particolare dai latifondisti. Ma c’è volontà di organizzarsi, spirito combattivo: non si vogliono subire passivamente i tempi nuovi, e gli indigeni, aymara o guaranì che siano, hanno rialzato la testa.

Dalla Bolivia Marcora è volato a Santiago del Cile, trovandola innevata. Da lì, una breve visita di nuovo in Argentina a Mendoza, "capitale del vino" a i piedi delle Ande, attraversando in pullmann il Paso Libertadores a più di 3000 metri, aperto nonostante la neve alta tutto intorno. A seguire, e sempre in pullmann, percorrendo migliaia di chilometri e ascoltando le storie di figli e nipoti di emigranti italiani, francesi, svizzeri, tedeschi, Marcora è partito per visitare il Cile centrale, allungato fra le Ande maestose e l’immensità del Pacifico. Valparaiso e Viña del Mar, località balneari di stampo mediterraneo, sono state le prime tappe; e poi Talca, Chillàn, Pucòn, Osorno, fra laghi e vulcani di rara bellezza, incontrando i personaggi più singolari, fra cui un cantante che ha rifatto al nostro una cultura sulle musiche dei maggiori cantautori cileni, come i Parra o Victor Jara, assassinato dalla dittatura di Pinochet. C’è stato anche il tempo per sentire sotto i propri piedi, in un centro commerciale di Talca, il terremoto che ha sconvolto una regione del lontanissimo Perù, facendosi percepire fin laggiù, a duemila chilometri di distanza.
Resa vista alle comunità indigene dei Mapuche, Marcora è sceso a sud, incontro al gelido respiro dell’Antartide che imbiancava vette e foreste. Paesaggi sontuosi, isole e fiordi da fiaba, che richiamano alla mente la Norvegia, ma con una vegetazione tutta particolare. L’isola di Chiloè, boscosa, dal clima "scozzese", freddo e umido, per nulla addolcito dalle camere dell’ostello non riscaldate; e ancora Puerto Valdés, Puerto Montt, dove finisce il tracciato della Panamericana. Da lì, in sette ore di pullman, il rientro in Argentina a San Carlos de Bariloche, la Cortina d’Ampezzo locale, «meta di gite scolastiche e lune di miele, è una cittadina d’aspetto svizzero», difatti moltissimi degli abitanti sono di origine germanica. In mezzo alla città ricorda Stefano di aver visto una fabbrica di cioccolato dal piemontesissimo nome di Fenoglio. Aria di casa "a testa in giù" e a dodicimila chilometri di distanza.

«Fatti cinquanta chilometri da Bariloche comincia la Patagonia, arida e stepposa». Dopo una breve puntata a San Martìn de los Andes, il tuffo nel grande sud argentino. Paesaggi sconfinati e brulli, fiumi che corrono in canyon improvvisamente verdeggianti. Ore e ore in autobus, in mezzo a un niente disteso sotto un cielo immenso, fino al territorio del Chubut, dove nel tempo si sono insediati coloni gallesi; da lì a Puerto Madryn e alla Penisola Valdés, spettacolarmente protesa nell’Atlantico e frequentata da pinguini e balene, queste ultime avvistabili con apposite crociere che Stefano non si è fatto mancare. Infine, il rientro attraverso Bahia Blanca e Mar del Plata il rientro a Buones Aires.

Che immagini restano di questo Sudamerica versione 2007? «Gli indigeni, l’ospitalità della gente, sempre disponibile a raccontare raccontarsi, tra i creoli come tra gli indios, ovunque: davanti a un bicchiere di vino, in fondo alla foresta o su un pullman scassato.  I bambini di strada, tanti troppi, non solo in Bolivia ma anche in qualche posto in Cile e Argentina» risponde Marcora. «Piccoli lavavetri, musicisti e saltimbanchi; barboni e senzatetto adulti, la cui miseria stride con il dinamismo e la ricchezza di molte realtà urbane. E poi la natura, con la foresta tropicale della Bolivia, le Ande innevate, laghi, vulcani, foreste, isole e fiordi incomparabili, gli oceani…» Che dire di più? Andateci voi stessi: se avete poi come Stefano, qualche "ottima scusa" lavorativa, tanto meglio.

di redazione@varesenews.it
Pubblicato il 14 ottobre 2007
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